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Il 5 gennaio 1968 Alexander Dubcek viene eletto segretario generale del partito comunista cecoslovacco: si inaugura così, sulla caduta dello stalinista Antonín Novotny, una stagione di riforme assolutamente unica nella storia dei Paesi satelliti dell'Unione Sovietica. Forte dell'appoggio del popolo e di un nutrito gruppo di intellettuali, Dubcek inizia un lento e inesorabile processo di destalinizzazione della Cecoslovacchia, rinnovando il partito comunista e aprendo alla libertà di stampa e di espressione. La "Primavera di Praga" prende avvio in un clima di ritrovata speranza: i giornali dimenticano la censura, la televisione diffonde giorno e notte immagini del "socialismo dal volto umano"; si organizzano tavoli a cielo aperto per raccogliere firme sulle petizioni referendarie promosse da "Literarni Listy"' il settimanale degli scrittori, contro le menzogne del Cremlino. I sovietici non tardano ad avvertire il pericolo della secessione, della spaccatura del blocco, nella glasnost che imperversa a Praga come dodici anni prima a Budapest. E, dopo un mese di incontri ed estenuanti trattative, la notte del 20 agosto 1968 truppe sovietiche occupano l'aeroporto della capitale mentre una colonna di carri armati irrompe a Praga, tra lo sgomento dei cittadini. All'alba del 21 un commando del Kgb arresta Dubcek nella sede del comitato centrale del partito comunista. Il leader della "Primavera" sarà trasferito a Mosca insieme con i novatori di punta del comunismo cecoslovacco e con il presidente della Repubblica Ludvík Svoboda. "Ho vissuto queste quarantott'ore correndo per strade spaventate, guardando i primi e smarriti carristi russi col mezzo busto fuori della torretta, occultandomi dove sentivo qualche sparo isolato, contattando di sfuggita colleghi ed esponenti della 'Primavera' in preda al panico e alla disperazione." Così annota nel suo diario Enzo Bettiza, inviato del "Corriere della Sera" che visse in prima persona, sul posto, quei tragici momenti. L'autore ci consegna il racconto appassionato di un periodo tra i più fervidi e controversi della storia contemporanea: un resoconto puntuale che si intreccia con informazioni al tempo non pubblicabili, restituendoci le immagini vivide di un Paese "sospeso sugli imponderabili automatismi della storia". Saranno i funerali di Jan Palach, lo studente che si diede fuoco come gesto estremo di protesta contro l'occupazione sovietica, a segnare la fine di ogni speranza. La storia archivierà l'unico '68 "serio e pericoloso" limitandolo a un "fatto" interno all'impero europeo della Russia, una rimessa in riga della Cecoslovacchia da parte degli eserciti del Patto di Varsavia. Il fragore dei cingoli e le fiamme dei roghi nelle piazze di Praga verranno oscurati dalla contestazione studentesca in Europa e oltreoceano: "Il monopolio ideologico del '68 doveva essere e restare soltanto occidentale".

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