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"Perché, mentre si discute di tagli dolorosi alla spesa pubblica per risanare i conti dello Stato, nessuno propone di cominciare a tagliare l'odiosa rendita parassitaria dei nullafacenti?" Il 24 agosto 2006, dalle colonne del "Corriere della Sera", Pietro Ichino lancia una proposta che scuote il mondo politico e sindacale. Chiave di volta del progetto è l'istituzione di organi indipendenti di valutazione (OIV) capaci di stimare l'efficienza degli uffici pubblici e dei loro addetti, per consentire il licenziamento nei casi più gravi, ma anche l'aumento delle retribuzioni dei dipendenti che lavorano per due. Fin dal primo giorno il "Corriere" è sommerso da un fiume di mail, in grande maggioranza favorevoli alla proposta. I sindacati del settore pubblico esprimono indignazione per 'l'attacco inaudito' portato alla categoria. Prodi apre; il ministro della Funzione pubblica frena; la sinistra radicale spara ad alzo zero. L'"International Herald Tribune" dedica al dibattito italiano sui 'loafers' (nullafacenti) un lungo articolo. La polemica divampa: è stato toccato un nervo da troppo tempo scoperto. Intanto, al forum del "Corriere" arrivano in un giorno e mezzo 1500 interventi, tra cui molte istantanee di nullafacenti ritratti dal vivo: dall'impiegata che timbra il cartellino e poi va dal parrucchiere, al funzionario sano come un pesce che usa 'prendersi la malattia' tutte le volte che torna al paese, al professore semianalfabeta. In questo libro Pietro Ichino, oltre a spiegare la sua proposta, affinata in collaborazione con altri studiosi, raccoglie una piccola antologia di quegli interventi. E, a chi gli obietta che per il risanamento della pubblica amministrazione occorre 'ben altro', risponde sfidandolo a dire in che cosa precisamente quel 'ben altro' consista: altrimenti - avverte - questo è solo un pretesto dietro cui si nasconde la scelta di lasciare le cose come stanno.
17/10/2007
Mi chiedo se chi ha scritto il commento dal titolo ''una caroganta'' sappia leggere. Il prof. Ichino non muove affatto un attacco indiscriminato all'intera categoria, ma solo a chi non dà alcun contributo alla macchina della p.a. Da funzionario pubblico che ama il prorio lavoro e vi dedica molto impegno e sacrificio, trovandosi quotidianamente fianco a fianco con persone che si limitano a scaldare la sedia, non mi sento affatto offesa dalla lucida analisi di questo testo. Ne consiglio la lettura soprattutto a tutti i pubblici dipendenti che si impegnano nel proprio lavoro e subiscono continue frustrazioni in un paese che non ha gli strumenti per premiare il merito e sanzionare il demerito.
25/09/2007
CHE DIRE... FINALMENTE QUALCUNO CHE HA PRESO NEL SEGNO... COME MAI L'ITALIA VA MALE? NON SARA' NEMMENO COLPA DEI DIPENDENTI PUBBLICI, MA SE CE NE FOSSERO UN NUMERO ADEGUATO, CON GLI STIPENDI RISPARMIATI SI POTREBBERO FARE MOLTE COSE... E, COME SI DICE DALLE MIE PARTI, I DIPENDENTI PUBBLICI QUANDO VA BENE LAVORANO IN 3: UNO LAVORA E GLI ALTRI DUE STANNO A GUARDARE...
17/03/2007
In proporzione abbiamo i due terzi in più dei dipendenti pubblici i tutti stati uniti d'america!! A partire dalla metà degli anni '70 i nostri genitori (sono un ragazzo di 24 anni) si sono mangianti una parte del nostro futuro (vedi alla voce interessi sui bot e lavoratori pubblici), faceno esplodere il debito pubblico. In un modo o nell'altro sarà la mia generazione a pagare. Pietro Ichino individua perfettamente il problema, il dipendente pubblico vive di rendita: forse sarebbe un' amministrazione meno burocratica se si potessa licenziare in tronco un dipendente nullafacente. Ci si lamenta che in Italia gli uffici non funzionano, beh Ichino individua il problema alla fonte. Da leggere.
10/01/2007
Il professore dovrebbe veramente vergognarsi: ci sono impiegati statali che amano il il loro lavoro e sono coscienziosi.Sparare a zero è una autentica carognata.Gli auguro di trovarsi nella situazione in cui si trovano attualmente gli statali. Chissà lui che ha i soldi e le conoscenze che ''fior fiore'' di raccomandazioni procurerà ai suoi figli per trovare lavoro: non come qualcuno che ha vinto un concorso è stato mandato lontano dalla famiglia centinaia di km e dopo 5 anni è riuscito a tornare, non dico a casa, ma ad avvicinarsi soltanto.E le spese per l'alloggio ed i viaggi per tornare a casa? Senza contare la depressione ecc.La mia non è una recensione: è uno sfogo! La smetta: ci sono famiglie intere a cui pensare, gente che non può sposarsi, comprare casa, ci sono già abbastanza persone senza lavoro e che l'hanno perso;vogliamo continuare il gioco al massacro?

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