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Dopo una sobria e chiara esposizione di ciò che nel IV millennio a.C. fu la civiltà babilonese, culla dell'astronomia e dell'astrologia, e del suo retaggio nelle piú grandi civiltà che seguirono - dalla greca alla romana, alla islamica - Winckler espone l'intuizione centrale del suo libro: non c'è differenza tra religione e cosmologia, non c'è reale distanza tra il cielo stellato e la terra degli uomini. Anzi, a Babilonia la terra era lo specchio del cielo: la precessione degli equinozi aveva valore nel firmamento come nei racconti mitici e nella vita quotidiana; a ogni astro corrispondeva un punto dell'orizzonte, un colore, un metallo, una nota musicale, un numero. Ma la meravigliosa struttura che reggeva la concezione del mondo babilonese non era isolata: le griglie principali di questa civiltà sono da considerarsi non prettamente babilonesi, ma dell'intera civiltà astrale arcaica. A Babilonia, dove predominava la dottrina lunare secondo la quale il Sole è dio degli inferi e la Luna immagine della vita immortale, "miti e riti erano astronomia cantata e recitata, si svolgevano sulla piana dello zodiaco fra i due picchi dei solstizi, e ogni passione ripeteva la tragedia dei contrasti fra le due metà della luna o la commedia della crocefissione equinoziale". Cosí scrisse Zolla, che per primo introdusse questo libro in Italia.

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