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Pubblicato nel 1986 da Einaudi, subito esaurito e non più ristampato, "L'alcova elettrica" è uno sguardo inconsueto sul futurismo, visto attraverso un processo per oltraggio al pudore contro "Lacerba", rivista fiorentina rea di avere pubblicato nel 1913 un "Elogio della prostituzione". "Lacerba" nasce come pubblicazione di varia cultura, nel genere del "Marzocco" e della "Voce". Ma non vende: pur di sopravvivere abbraccia allora la causa futurista. Quando l'innocuo elogio della prostituzione finisce in tribunale si scatena il putiferio: da un lato i casinisti marinettiani, dall'altro la "morale borghese e pretina". In mezzo, lo strepitoso successo di vendite del giornale. Tra un Papini futurista contro voglia ("i futuristi sono delle zucche vuote che fanno chiasso battendo una contro l'altra proprio perché sono vuote. Fossero piene non si sentirebbero") e "cattolici d'assalto" che elogiano "l'arbitrio poliziesco", unica salvezza contro la decadenza, "L'alcova elettrica" appassiona e diverte, documentando con rigore un aspetto insolito del futurismo.

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