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Il passaggio dalla repubblica all'impero costituisce uno spartiacque epocale nella storia di Roma. La figura che ne incarna l'equilibrio e la smisurata potenza è Augusto, il 'nuovo Romolo', il condottiero vittorioso ('imperator') che intraprende una poderosa opera di adattamento delle istituzioni ai tempi nuovi. Di questo 'guado' furono protagonisti e interpreti i più celebri nomi della letteratura e della cultura latina. Storici, trattatisti, poeti, oratori non vanno però considerati - avverte Luca Canali - come semplici "voci del coro". Tutt'altro. Gli scritti di Tito Livio, Catullo, Lucrezio, Sallustio, Orazio, Ovidio, Giovenale, Tacito - senza tralasciare Virgilio e Orazio, i grandi cantori di Roma e di Augusto - costituiscono un variegato repertorio di voci che oscillano dall'encomio ufficiale all'intima condanna. E' tra queste finiscono per prevalere quelle che dichiarano la loro estraneità, palese o larvata, al culto delle glorie patrie. Le testimonianze che questo volume presenta offrono un quadro delle inquietudini e dei giudizi di quei poeti e prosatori che alla nostalgia per il 'buon tempo antico' accompagnano la condanna per la degradazione sociale e morale cui, a loro giudizio, era, fin dal I secolo, irrimediabilmente condannata la civiltà romana.

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