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Lunatico, testardo, geloso, imprevedibile, ma anche pacifico, tollerante, generoso, Rodolfo II d'Asburgo è senza dubbio il sovrano più enigmatico del Rinascimento europeo. Figlio di Massimiliano Il e di Maria di Spagna, discendente dalla grandiosa stirpe di Isabella di Castiglia, Giovanna la Pazza e Carlo V, allevato alla corte dello zio materno Filippo ll, di religione cattolica ma fortemente attratto dai movimenti riformatori dei luterani, calvinisti e hussiti, e perciò sospettato di eresia, a ventitré anni fu incoronato re di Ungheria e di Boemia, e a ventiquattro divenne imperatore del Sacro Romano Impero. Attratto dall'atmosfera misteriosa di Praga, Rodolfo trasferì la capitale dell'impero da Vienna alla ricca capitale boema, e trasformò il castello di Hradkany in un laboratorio di alchimia e astronomia dove si incontravano celebri maghi e importanti scienziati come Keplero e Tycho Brahe, ma anche in uno scrigno di opere d'arte senza eguali, frequentato da pittori e scultori, miniaturisti e intagliatori di pietre e, ancora, da musicisti, poeti, scrittori e filosofi. Dotato di un'intelligenza acuta e tuttavia annoiato dai compiti di governo, interessato soltanto all'arte e alle scienze occulte, all'equitazione e alla caccia, sensibile al fascino femminile ma affetto da una depressione ciclica che lo portava al più totale isolamento, Rodolfo incarnò tutto il fascino e le contraddizioni del suo tempo. Unendo l'ispirata sensibilità del romanziere all'attenzione per il dettaglio propria del ricercatore appassionato, Edgarda Ferri fa rivivere la leggenda di un sovrano eccentrico e grandioso e la tragedia un uomo incompreso e solo. Se, intatti, la corte praghese fu rutilante e sfarzosa, adornata dalle scenografie trionfali di Giuseppe Arcimboldo e dalle musiche sacre di Claudio Monteverdi, la vita privata di Rodolfo fu costellata di episodi drammatici, come la misteriosa scomparsa di Anna Maria Strada, amata segretamente per diciassette anni, e la terribile fine del figlio primogenito, ancorché bastardo, don Giulio, trovato morto ai piedi del castello di Krumlov, dove era stato rinchiuso come un pazzo furioso. Ma è tutta l'Europa che viene ritratta nello straordinario affresco tracciato con mano sicura e felice da Edgarda Ferri, dove, fra intrighi di corte, feste sontuose, parate militari, partite di caccia, processi e roghi dell'Inquisizione, fughe rocambolesche da prigioni e fortezze, si muovono tutti i protagonisti del tempo: Filippo di Spagna e il suo disgraziato figlio don Carlo, lo zar di Russia e lo scià di Persia, quattro successivi papi e la regina Elisabetta di Valois. Fino a Mattia, fratello e rivale, che marcerà contro di lui, lo spodesterà, e infine lo relegherà nel palazzo del Belvedere dove, come scrisse al papa il nunzio apostolico Guido Bentivoglio, "ormai a Rodolfo non resta che la nuda ombra della corona imperiale".
04/09/2009
Fastidiosa la sensazione che l 'autrice abbia fatto un patchwork con descrizioni di avvenimenti o personaggi inseriti in un esile e sfilacciato filo narrativo con del materiale che aveva forse già bell'e pronto (magari per uscire con un bestseller natalizio?) e qualche volta senza darsi neppure la pena di cambiare i tempi narrativi (quindi mix di passati, presenti, futuri!). Inaccettabili le semplificazioni su Filippo II o sul Duque De Alba, che fanno la figura del lupo cattivo mentre lo stesso protagonista pare quasi un bambascione maniacale nella sua passione per il collezionismo. E dire che pensavo che il nome dell'autrice fosse garanzia di serietà e approfondimento. Scarno, sì, va bene, come il libro su Giovanna la Pazza, che comunque a suo tempo mi era parso ben documentato, ma questo mi pare proprio una presa in giro.
28/11/2007
Federico - f.smidile@tin.it
Piuttosto che niente è meglio piuttosto. Questo detto giustifica l'acquisto del libro della Ferri. Rodolfo II, infatti, è un personaggio affascinante ma, in Italia,non ottiene grande riscontro. Una sola biografia, del 1984, ormai fuori catalogo, è quanto si ha sulla sua figura. Al contrario i romanzi ne parlano molto ma, appunto, da romanzi. La Ferri prova a raccontarci come era Rodolfo ma scade in una serie di banalità e luoghi comuni che deludono il lettore, che pure apprezza il bello scrivere dell'autrice. I personaggi sembrano macchiette (Le lunghe dita di ragno di Filippo II... ma si può?!?), la contrapposizione tra cattolici e protestanti (e le divisioni tra protestanti) sono lette con grande superficialità. Belle, invece, sono le descrizioni delle opere d'arte di Rodolfo. Interessante l'atmosfera magica che viene ricostruita, anche se la Ferri dà sempre l'impressione di credere a predizioni e magie varie (chiaro artificio letterario per accalappiare il lettore). Insomma: piuttosto che niente è meglio piuttosto...

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