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Marco Polo, che amava contare a milioni, la descrisse come la più grande, ricca e popolosa metropoli del mondo quando ancora l'Europa ne ignorava l'esistenza. Si chiamava allora Khanbaliq, la Città del Signore, ed era la residenza del Gran Khan dei mongoli che avevano appena conquistaìo la Cina e andavano sostituendo le loro tende da nomadi con palazzi laccati e dorati. Poi venne Pei-ching, la Capitale del Nord, e si estese sempre più attorno alla reggia più vasta dell'universo, la Purpurea Città Proibita in cui viveva il Figlio del Cielo circondato da concubine ed eunuchi, perno immobile attorno al quale ruotava l'esistenza di tutti gli innumerevoli sudditi del Celeste Impero, tramite indispensabile fra gli uomini e gli dèi.
Venivano a rendergli omaggio prìncipi tributari dalle insondabili profondità della Tartaria, minuscoli siamesi in groppa a enormi elefanti bianchi, russi che portavano pellicce di zibellino, indiani in Gólconda che recavano diamanti, pii e curiosi missionari gesuiti che sapevano di astronomia e di pittura e gli fabbricavano giocattoli meccanici, tutti prosternandoglisi davanti tre volte fino a battere la fronte a terra.
Poi vennero i Diavoli Bianchi con i loro vapori e i loro cannoni e il loro oppio, e la vecchia Pechino imperiale finì tra massacri incendi e saccheggi, per rinascere come capitale della nuova Cina rivoluzionaria, mèta di tardivi Marco Polo della politica.

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