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"Se avessi potuto dimenticare totalmente il passato, forse avrei potuto vivere come gli altri, essere felice di ciò che ho, e non pensare a ciò che non ho più. Non ho fotografie dei miei genitori, non ho la loro ultima lettera; non ho tomba dove raccogliermi. Un solo documento: 'Scomparsi... Auschwitz 1943'". Così si esprime uno di coloro che hanno accettato di incontrarsi con Claudine Vegh. Sono tutti orfani ebrei i cui genitori sono morti nei campi di sterminio. Trentacinque anni dopo acconsentono a parlarne. A quell'epoca avevano fra i cinque e i tredici anni; ancora oggi hanno l'impressione di vivere 'per caso'. La stella gialla, la separazione brutale, i nascondigli, la mutilazione della loro identità, la lotta con la sopravvivenza, il contatto con ambienti sconosciuti, ostili o protettivi, i sentimenti ambivalenti verso gli scomparsi e, soprattutto la speranza insensata di vederli tornare, nonché il tentativo, in seguito, di tagliare ogni legame con questo passato e di reinserirsi nella società: ecco ciò che svelano questi colloqui, ecco ciò che è rimasto nascosto nella vita di questi figli di deportati, per i quali, come dice Bruno Bettelheim nella postfazione, il lutto si è rivelato impossibile. E trentacinque anni dopo è sempre il solito lamento: "Non gli ho detto arrivederci".

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