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Ci sono i luoghi, innanzi tutto, e le vicende che vi si sono svolte e che Onofri si è trovato a conoscere andando a visitarli. Poi ci sono le storie nate nella sua fantasia, o più spesso frutto di una sovrapposizione di storie diverse, o di frammenti di storie, comunque suggerite dai luoghi e dalla loro memoria.
Onofri ha voluto che la sua scrittura si muovesse tra la narrativa e il reportage, che si piegasse - anzi che in piena libertà si sottomettesse - alle caratteristiche della realtà da descrivere, e sfiorasse il saggio oppure, a tratti, si incatenasse ai vincoli della metrica, alternando brani in cui è centrale la prospettiva sociale ad altri di narrazione di momenti più semplici e intimi.
E questo non lo ha fatto nella convinzione che la scrittura possa totalmente interpretare la nostra vita, ma forse per la convinzione contraria, perché è nell'irrisolto, nel dubbio stilistico, nell'ambiguità che una voce può meglio ricreare l'estrema complessità del mondo.
E poiché ogni viaggio che si rispetti deve contare su uno stereo che accompagni il viaggiatore, Onofri porta con sé le sue voci personali: parole, che sono la musica dei pensieri e che hanno formato l'occhio e l'hanno abituato a guardare la realtà e le vite che la riempiono.
Il risultato è questo catalogo di destini: assolutamente normali.
E certamente non magnifici.
