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Si chiamano Alì, Mohammed, Francisco, Ivan. Hanno quindici, sedici anni. Vengono dal Maghreb, dal Bangladesh, da Capo Verde, dalla Nigeria, dalla Romania, dall'Afghanistan. Sono arrivati in Italia nei modi più strani, spesso per noi inconcepibili: a piedi, nascosti sotto i camion. Devono imparare a leggere, scrivere, trovare un lavoro e rendersi autonomi. Ma soprattutto avrebbero bisogno di crescere e diventare grandi. È un fiume tumultuoso d'umanità lancinante di cui vediamo soltanto la foce, sui banchi di scuola, per strada. Eraldo Affinati ha deciso di scoprire la sorgente, cioè i luoghi e le ragioni profonde che spingono questi adolescenti a lasciare case, lingue, madri e padri per sfuggire a guerra, povertà, miseria. Così, dopo aver conosciuto Omar e Faris nella Città dei Ragazzi, la storica comunità alle porte di Roma fondata nel secondo dopoguerra dal sacerdote irlandese John Patrick Carroll-Abbing, li ha riaccompagnati in Marocco, al limitare del deserto, da dove due di loro erano partiti quasi bambini. Questo viaggio nello spazio e nel tempo alla ricerca delle radici strappate, insieme alle storie degli altri ragazzi, si trasforma presto, nella coscienza dell'autore, in una drammatica riflessione sulla paternità, assente o presente, vera o posticcia, perduta o ritrovata, capace di coinvolgerlo in prima persona facendogli intrattenere un colloquio sofferto e segreto col genitore scomparso, a sua volta figlio illegittimo, orfano e privo di guida. Nell'intensità dell'esperienza vissuta, esistenziale e stilistica, Eraldo Affinati, con la premura dell'insegnante e la determinazione dello scrittore, ha cercato gli strumenti per affrontare, fuori e dentro se stesso, una delle emergenze oggi più gravi: quella educativa. E - come era accaduto a Lorenzo Milani a Barbiana, come accade nella vita - ci dice che spesso i gesti, i fatti e i silenzi contano più di molte parole, e che sono gli ultimi della Terra, i più inermi e vessati, a insegnare a noi le vie della giustizia e della pace.
13/05/2008
Una poesia dei sentimenti, del riconoscimento dell'unicità oltre la sofferenza, l'amore e la speranza nel non darsi mai per vinti. Come diceva il grande De Andre' ''Non conoscendo affatto il punto di vista di Dio''.
17/04/2008
Per chi ha dimenticato cosa vuol dire la sofferenza, la solitudine e l'assoluta mancanza di prospettive per un futuro... Per chi ha dimenticato le valige di cartone legate con lo spago dei nostri nonni... Per chi ha dimenticato la ghettizzazione generata dall'ignoranza di una sociètà civile, che nel nome del progresso continua ad innalzare barriere, allora non deve leggere questo straordinario e inaspettato romanzo che senza gridare e senza compiacimenti, ci sbatte in faccia la parte peggiore di noi stessi; il menefreghismo!
23/03/2008
Elisabetta Bolondi - bolondi@tiscali.it
Affinati, qui in veste soprattutto di insegnante, ripercorre le strade indicate negli anni 60 da don Milani: oggi tutto è diverso e i nuovi poveri sono gli immigrati, che vengono accolti alla Città dei ragazzi nel tentativo di dare loro un'altra opportunità, visto che la vita non gliene aveva concesse. Affinati parla, racconta, riflette, fa parlare gli adolescenti stranieri che gli sono affidati, si mette in discussione, ci chiama in causa: tutti noi diveniamo con lui insegnanti e guide di quei ragazzi sfortunati, ma spesso saggi e staordinari, capaci di insegnare a noi, privilegiati, cosa vuol dire vivere, amare la propria famiglia, dover lasciare la propria terra, cercare nuovi padri.Un libro toccante, onesto, vero.

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