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Percepire, agire, contemplare. O, detto in altre parole: la vita individuale, la vicenda collettiva, lo spazio infinito. Sono in successione i tre tempi di un'avventura con il pensiero poetico, esemplarmente attraversati da questo libro.
Già nel precedente volume di poesia ("Il dubbio dei vincitori", 1986) Pietro Ingrao interpretava la percezione come un dinamismo bipolare e oppositivo: il piacere e il destino indifferente, la vittoria e il dubbio, la memoria e l'oblio. Ora, in questa raccolta, la dimensione individuale si arricchisce con l'immersione in un vortice dove corpi e astrazioni vanno a comporsi in un flusso possente. La percezione diventa il luogo di uno spossessamento ricettivo e sensuale: spalanca un orizzonte che si popola di presenze possibili e impossibili, di schegge di esistenza, di frantumi di senso. Si entra, poi, nel secondo tema: storie di uomini e di popoli, lo sviluppo della civiltà, le macchine, "l'alta febbre del fare". Qui Ingrao riesce esattamente a rappresentare il conflitto più acuto della nostra epoca, situato nell'attività: che da un lato, attraverso una febbrile fisicità, rivela e irradia le sue analogie con la sessualità e l'amore, dall'altro, subendo la riduzione di ogni valore a quello produttivo e di scambio, strumentalizza ogni presenza.
