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Lo slovacco Juraj Jakubisko (1938) è uno dei registi più dotati tra quelli formatisi nell'ambito della 'Novà vlna', la straordinaria vague cinematografica praghese degli anni '60. La sua propensione per il disegno e la pittura sembra destinarlo all'Accademia di Belle Arti, ma il caso lo spinge a iscriversi alla FAMU, la fucina di talenti nella quale si diploma nel 1965 con "Cekají na Godota" [Aspettando Godot]. Nel 1967 esordisce nel lungometraggio con "Kristove roky" [Gli anni di Cristo]. Ma è con "Il disertore e i nomadi" [Zbehovia a pútnici, 1968], premiato a Venezia e Sorrento, che il suo estroso e personalissimo modo di fare cinema si impone a pubblico e critica di tutto il mondo. Dopo "Vtackovia, siroty a blazni" [Uccellini, orfani e pazzi, 1969), affronta l'ambizioso progetto di "Dovidenia v pekle, priatelia" [Arrivederci all'inferno, amici, 1970). Ma i censori del regime filosovietico instauratosi dopo il 21 agosto 1968 boicottano la realizzazione del film, che sarà completato solo vent'anni dopo. Jakubisko è messo al bando per quasi un decennio, nel corso del quale gli è concesso di realizzare solo documentari. Nel 1979 torna al lungometraggio di finzione con "Postav dom, zasad' strom" [Costruisci una casa, pianta un albero], a cui fa seguito la commedia "Nevera po slovensky" [Infedeltà alla slovacca, 1980]. Ma è "Tisícrocna vcela" [L'ape millenaria, 1983], fantasmagorica saga multigenerazionale a segnare il rilancio di Jakubisko a livello internazionale, vincendo premi a Venezia, Belgrado e Siviglia. Seguono "Frau Holle - La signora della neve" [Perinbaba, 1985], con Giulietta Masina, 'prestatagli' dall'amico di sempre, Federico Fellini, "Pehavy Max a strasidla" [Max il lentigginoso e i fantasmi, 1987] e "Takmer rúzovy príbeh" [Una storia quasi rosa, 1990], titoli che vanno a costituire una sorta di trilogia fantastico-fiabesca interrotta da "Sono seduto sul ramo e mi sento bene" [Sedím na konàri a je mi dobre, 1989], che sembra presentire l'imminente caduta dei regimi esteuropei. Il successivo "Lepsie byt' bohaty a zdravy ako chudobny a chory" [È meglio essere ricchi e sani che poveri e malati, 1992], è una caustica riflessione sul dopo '89, anche se poi, con "Nejasna zprava o konci sveta" [Un messaggio ambiguo sulla fine del mondo, 1997], il regista torna alla metafora fantastica. La sua opera ultima è il discusso "Post coitum" [id., 2004]. Nel 2000 una giuria di critici ha proclamato Juraj Jakubisko miglior regista slovacco del XX secolo.
Presentazione, di Annamaria Percavassi;
L'autore;
Viaggio nella fabbrica della fantasia, ovvero le valige di Juraj e Federico, a cura di Massimo Tria e Paolo Vecchi;
Il cinema visionario di Juraj Jakubisko, di Zdena Skapovà;
J. J. & la Slovacchia, di Peter Michalovic e Vlastimil Zuska;
La Cecoslovacchia a colori: Juraj Jakubisko e la storia di un paese, anzi due..., di Massimo Tria;
Ballata sperimentale. Gli esordi praghesi di Juraj Jakubisko, di Francesco Pitassio;
Fellisko & Jakubini. Oltre la Slovacchia, altri orizzonti, di Paolo Vecchi;
I film;
Biofilmografia dell'autore;
I film: le schede;
Bibliografia essenziale.

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