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A ottantasette anni, finalmente tranquillo, Dino Risi si è seduto davanti alla sua vecchia Lettera 32 per ripercorrere avanti e indietro, intrecciandone i mille fili, la sua vita allegramente dissipata e profondamente scorretta. Una vita che lo ha condotto a trasformare in 'mostri' e in 'sorpassi' cinematografici le idee rastrellate in giovinezza, quando faceva lo psichiatra al manicomio di Vigevano. "Stanco di curare gente che non guariva, mi sono dato al cinema" racconta in questa sorprendente, imprevedibile, irriverente autobiografia. Nei "Miei mostri" Risi ha montato le scene della sua esistenza nella più divertente commedia all'italiana che ci sia stata raccontata da molto tempo. Una commedia lunga un secolo che, ambientata su vari set, spazia dalla Milano in guerra alla Roma degli anni Cinquanta e Sessanta, e si allarga via via al mondo intero. In scena, più che il cinema, la vita. Spesa con Strehler, Fellini, Garzanti, Flaiano, il fratello Nelo. E poi i sodali di sempre: Gassman, Sordi, Tognazzi. Mentre le donne si chiamano Ava Gardner, Alida Valli o Anita Ekberg. Chi ha amato "La versione di Barney" scoprirà che Risi è il Barney italiano: un finto-cinico pronto alla battuta fulminante ("Quando vado al cinema e vedo un film di Nanni Moretti, penso: "Spostati, Nanni, e lasciami vedere il film"" oppure "Chissà se Gesù Cristo oggi andrebbe al "Maurizio Costanzo Show"?"), e insofferente a tutto ciò che toglie sale e gusto alla vita. Un libro divertente e commovente dove convivono la guerra e la follia, Mussolini e le case chiuse, le donne e gli amori, gli amici e la morte, le idiosincrasie e, di striscio, pure il cinema. E del quale, come di un suo film, si apprezzano e si godono le belle immagini, la sceneggiatura brillante e il montaggio magistrale.
16/11/2004
luciano - sangrila31@hotmail.com
La vita come un romanzo. Se un film è come la vita senza i tempi morti, questo libro di memorie è come un'autobiografia ma senza il tedio del resoconto di anni e fatti insignificanti ed ininfluenti. Ci sono persone alla cui nascita una fata benigna ha messo nella culla il dono grandioso di avere una vita bella, ricca, interessante e pienamente gratificante. E quando queste persone ce la raccontano, questa vita, non è possibile sottrarsi ad un moto di invidia verso chi, pagato profumatamente, ha fatto un mestiere che è una pacchia, ha amato donne bellissime, ha avuto un'esistenza avventurosa e picaresca, ha vendemmiato in abbondanza e, al traguardo di una vita vissuta con gagliardia e soddisfazione, può contare molte tacche sul calcio della pistola e dire a se stesso di avere combattuto una buona battaglia. E noi qui a vivere una vita da mediano, a tirare la fine del mese tra cartellini da timbrare, rate da pagare, colonne ai semafori, resse su tram e metrò e treni affollati e sempre in ritardo. Alla sera poi ci appassioniamo ai pacchi di Bonolis o ai reality show e ci illudiamo che la vita sia questa. Qualcuno addirittura, pur di andare in TV, è disposto - la notizia è di ieri - anche a tagliarsi un dito. Eccoli i nuovi, i veri mostri. Molti punti in comune con la vita di Piero Chiara, un'altra buona lenza che non ha mai lavorato sul serio, ha raccontato le sue ghiotte avventure, sessuali e non, spacciandole come romanzi e, come Risi, ha girato il mondo, conosciuto biblicamente molte donne, passato la guerra comodamente rifugiato in Svizzera, sposato la figlia di un direttore di clinica svizzero, ha avuto figli, si è separato e ha continuato la sua libera esistenza senza briglie al collo. Peccato che Risi sorvoli e sia reticente sui fatti più succosi della sua vita (lui sa quali) e che l'editor non abbia controllato date e nomi, facendosi scappare imprecisioni giustificate in un regista di 88 anni ma non in un curatore di testi. Assolutamente imperdonabile infine, in un libro di questo genere, la mancanza di fotografie, che avrà fatto risparmiare un decimo di euro a copia all'editore ma ci presenta un prodotto che è come una commedia sentita alla radio, senza le immagini. Questa indecente taccagneria giustifica due stelle in meno nel giudizio.

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