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Maurizio Costanzo rompe i tabù della vita privata custoditi finora nel taschino del gilet. Racconta l'operazione al cuore ignota ai più e le passeggiate in vestaglia nei corridoi dell'ospedale con un altro ricoverato eccellente. Parla per la prima volta del rapporto complicato e profondo coi figli, dell'orgoglio e dell'imbarazzo per il successo cinematografico del secondogenito Saverio. E aggiunge qualcosa, che ancora non aveva detto, sull'inseparabile Maria. La memoria si avventura poi in anfratti rimasti vergini, e ne emerge con storie, atmosfere, personaggi di un mondo che gli piaceva molto più di quello che si è trovato a rappresentare. Allora si toglie di dosso la malinconia e scende sul campo pubblico con tutta la crudeltà di cui è capace un ironico disincantato. Si salvano i pochi amici, vecchie certezze e nuove piacevoli scoperte. Agli altri (soubrette e sovrani, Moggi e Malgiogli) tocca fare i conti con chi ha visto tanto e si è stufato di molto. Servita in appositi capitoli c'è la sua personale filosofia: l'approccio alla vita del "e che sarà mai?", salutare distacco da ciò che non vale la pena. E alla fine del libro si capisce di che specie è l'animale Costanzo. Si capisce forse di più di quello che vorrebbe far capire lui, e che sulla pagina scritta, complice la mancanza di telecamere, gli scappa.

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