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Questa conversazione con Dario Fertilio è un'avventura intellettuale che si sviluppa su diversi piani. E' un'autobiografia privata e pubblica, che ruota intorno al rapporto col mondo slavo (a partire dalla balia morlacca, che insegnò a Bettiza il serbocroato come lingua madre). E' un bilancio dei fatti e misfatti del Novecento, con un giudizio morale sui personaggi e le ideologie che hanno incarnato il Male e una testimonianza sui buoni e i cattivi maestri. E' una feroce autocritica e insieme l'autoritratto letterario di uno scrittore del tutto atipico nel panorama italiano, che ha fatto propria la lezione di Mann e di Musil e ha scritto romanzi-saggi complessi e ambiziosi. E' una riflessione sull'Europa di oggi, sull'esempio dell'Impero austroungarico, sul difficile equilibrio fra le esigenze delle culture locali e le necessità di un governo sovranazionale. E' una satira corrosiva dei difetti degli italiani ("Nella stragrande maggioranza gli italiani sono dei miscredenti opportunisti che, di volta in volta, si travestono da bravi di Don Rodrigo, da legionari fiumani, da militi in camicia nera, da pionieri dell'avvenire in camicia Rossa, da cerimoniosi morotei in abiti quasi talari"), accompagnata però da una visione dell'Italia, tipica dei dalmati di lingua e culture italiane, come "l'assoluto di un'utopia nazionale e occidentale", come "guida culturale e civile in Europa". Il risultato di questo colloquio vibrante e appassionato è un libro che rimarrà per molto tempo al centro di discussioni e polemiche.

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