L'esercitazione di un plotone di riservisti sperduto nel deserto, nelle mani di un comandante paralizzato dal ricordo di una vecchia battaglia. Un padre a cui viene data la notizia della morte del figlio al fronte. Un professore universitario chiamato a tenere una conferenza in una base missilistica. La vita militare descritta in questi tre racconti ha qualcosa di banale, di burocratico, di inefficiente. È del tutto anti-eroica. Il tempo sembra immobile, bloccato da qualcosa che ha a che fare con un'angoscia non definita, forse indefinibile. Pur nelle circostanze realistiche degli avvenimenti, c'è qualcosa di onirico in queste vicende, qualcosa di sospeso e di sfuggente. Anche i sentimenti piú concreti, come il dolore per l'annunciata morte di un figlio o il desiderio per una donna dai capelli rossi, delegata alle iniziative culturali della base missilistica, sono come rallentati, girano su se stessi senza esplodere mai, senza avere effetti sulla realtà. Diventano forme interiorizzate di un disagio esistenziale che forse non ha nemmeno a che fare con la guerra o le possibilità di guerra che stanno intorno.
Scritti fra il 1960 e il 1974, questi tre racconti hanno già molte delle qualità che Yehoshua ha poi mostrato nei suoi grandi romanzi: la grande capacità di scandaglio psicologico senza passare dallo psicologismo, la capacità di orchestrare una trama simbolica che dia lampi di senso alle difficoltà del vivere.
L'ultimo comandante;
All'inizio dell'estate del 1970;
Base missilistica 612.

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