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Come Rousseau nelle sue "Confessioni", anche Maurice Sachs proclama di voler dire tutto: "Credo nell'assoluzione che la confessione pubblica comporta... E una volta terminato questo libro possa io esclamare: quella vita è finita per sempre". Fatto sta che l'assoluzione, che Jean-Jacques si aspettava dal Padreterno, Sachs (pur descrivendosi come un personaggio "losco, sfuggente, pataccaro, ubriacone, prodigo, disordinato, curioso, affettuoso, generoso e passionale") la esige a priori, trovando nelle sue stesse origini una giustificazione alla propria natura: "Figlio maledetto della figlia maledetta del ramo maledetto di una famiglia su cui pesava la doppia maledizione del divorzio e della rovina, ero assetato di nuove maledizioni". E non se ne fa mancare, nella sua brevissima esistenza: in quella Parigi che nel primo dopoguerra è diventata "il centro del mondo" artistico e letterario, e per ciò stesso di tutte le stravaganze e di tutti gli eccessi, Maurice, poco più che adolescente, frequenta gli scrittori alla moda (di alcuni di essi, Cocteau e Gide tra gli altri, si leggono qui ritratti di una corrosiva lucidità), dissipa denaro non suo, accumula debiti, ruba ai suoi migliori amici, si fa battezzare (lui, di famiglia ebrea), entra in seminario, ne esce dopo sei mesi con un'accusa di corruzione di minorenne. Trasferitosi in America, sposa, quasi per beffa, la figlia di un pastore, che abbandona per un giovane con il quale torna a Parigi: a fare altri debiti, a vivere di piccole e grandi truffe.

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