Ripercorrendo i propri libri, svelando il percorso coerente che li lega - da Per voce sola a Va' dove ti porta il cuore fino al Cerchio magico - Susanna Tamaro, in questa intervista, offre una nuova preziosa occasione di meditazione: questa volta sulla scrittura, sul significato del narrare, su una cosa che può esistere solo come vocazione, e talento, molto prima che "mestiere". Curiosamente Susanna Tamaro ricorre due volte alla metafora della pentola: "Generalmente scelgo un tema e su quel tema rifletto due o tre anni. Leggo, penso, osservo e poi, quando ho messo abbastanza materiale nella pentola, il tutto, a un certo punto, finisce per amalgamarsi, per cucinarsi. Ma se alla fine uscirà un soufflé o una torta, questo è imprevedibile". Deve essere "impegnata" la letteratura? Sì, se per impegno si intende ciò che di più lontano può esservi dalle ideologie: lo scavare doloroso dentro il proprio cuore - e quindi dentro una unicità che è per se stessa eversiva - e il senso di responsabilità nei confronti del lettore, in particolare dei deboli e degli oppressi. "Non c'è rispetto", dice Susanna Tamaro, "per la diversità e la debolezza. Spero di continuare a indagare il tema della violenza. L'aggressività è uno dei grandi tabù della civiltà contemporanea. Nessuno vuole ammettere di coltivare all'interno di sé una parte violenta. E invece noi tutti siamo aggressivi, c'è in noi una zona nera che non conosciamo ancora e che è molto pericolosa. E' come una pentola che bolle e bolle. Negare l'aggressività può portarci alle catastrofi."

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