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L'11 settembre 2001 fu una data cruciale anche per la presidenza di George W. Bush. Da quel momento, l'uomo che era riuscito a conquistare la Casa Bianca solo grazie a una decisione della Corte Suprema, divenne un presidente di guerra. Il suo consenso, prima traballante, salì alle stelle, perché gli americani si rivolsero a lui per avere protezione. E lui, incredibilmente, riuscì a incarnare al meglio la guida politica cercata dal popolo. Bush non è però riuscito a trasformare in una eredità politica duratura l'enorme consenso e, pur se rieletto nel 2004, la decisione di invadere l'Iraq nell'ambito della guerra al terrore lo ha condotto a concludere la sua esperienza presidenziale con un apprezzamento popolare tra i più bassi della storia americana. Partendo da un excursus sulla formazione personale e politica del 43° presidente degli Stati Uniti, l'autore analizza le ragioni personali, politiche, economiche e religiose (dalle influenze dei neocon a quelle della destra evangelica, dai sostenitori conservatori di Israele al contrastato rapporto con il padre) che sono all'origine delle sue scelte riguardo l'Iraq, l'Afghanistan, la diffusione dell'ideale democratico e la trasformazione del Medio Oriente. Decisioni controverse che hanno distrutto la reputazione degli Stati Uniti e hanno portato a eleggere Barack Obama anche per ricostruire l'immagine americana nel mondo.

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