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LA
MANO DI FATIMA
di Ildefonso Falcones.
Abbiamo incontrato Ildefonso Falcones durante
la presentazione del suo nuovo romanzo storico, “La
mano di Fatima”. Ha impiegato tre anni a
scrivere le oltre novecento pagine che raccontano
la storia di Hernando – Ibn Hamid, di radici cristiane
e musulmane, il quale si dibatte fra due religioni
in un'epoca di scarsa tolleranza, preludio dell'espulsione
dei moriscos dalla Spagna. Hernando è frutto
della violenza di un sacerdote cristiano dagli occhi
azzurri ai danni di una moresca, Aisha. Hernando
sarà colui che più di tutti soffrirà durante
la maggior parte della sua vita proprio per questa
sua condizione di “mezzosangue” sia tra
i moriscos che fra i cristiani. Ad infliggergli le
pene maggiori il patrigno, Brahim.
La storia inizia nel Natale del 1568 in un paesino
delle Alpujarras andaluse, nella Sierra Nevada. Hernando
trova il proprio riscatto personale nei confronti
di chi lo disprezza per la sua nascita grazie alla
rivolta dei moriscos. Entrerà nei favori del
re di Granada e di Cordova, Aben Humeya. Grandi battaglie,
crudeltà, ingiustizie, saccheggi, umiliazioni,
amori. In quest'inferno l'incontro con una fanciulla
dai grandi occhi neri a mandorla: Fatima. Inizia
così la lunga storia d'amore tra Hernando
e Fatima, ostacolata dal clima di intolleranza e
di persecuzione religiosa di quel tempo a cavallo
tra il XVI e XVII secolo.
Lei non demorde. Dopo il suo primo straordinario
successo, ritorna ad indottrinarci con un'altra
ambientazione della Spagna del XVI secolo. Dove
ad essere fanatici erano i cristiani. Esiste
ancora e quanto un'intolleranza religiosa, soprattutto
cattolica?
Parliamo di fanatismo religioso o semplicemente di
intolleranza religiosa? Se parliamo di fanatismo religioso
vero e proprio a carico del cattolicesimo, io credo
che oggi la base del cattolicesimo e del cristianesimo
si sia evoluta verso posizioni molto più liberali.
I cattolici sanno distinguere perfettamente tra quella
che è la nostra vita civile e quella che è la
dimensione religiosa e abbiamo quindi assimilato totalmente
quelli che sono i pilastri della convivenza civile.
Cosa che non accadeva invece nel XVI secolo dove, sappiamo
bene, i fanatici religiosi erano i cattolici. Oggi
questo tipo di fanatismo da parte dei cristiani non
esiste più, ma sfortunatamente esiste presso
altri gruppi religiosi.
Se invece abbandoniamo il fanatismo religioso e ridimensioniamo
questo tipo di valutazione considerandola una generica
intolleranza, forse allora sì, esiste ancora.
Pensiamo alle persone che si dichiarano appartenenti
alla grande famiglia della chiesa cattolica: credo
che difficilmente possano essere d'accordo su certe
posizioni, come per esempio il divieto dell'uso del
preservativo, che oltre a prevenire gravidanze indesiderate
serve anche a fermare la diffusione di certe malattie
a trasmissione sessuale. Quindi su questo aspetto probabilmente
c'è ancora un po' di intolleranza religiosa.
Per la Spagna è un anno importante questo:
il 4 aprile infatti sono ricorsi i quattrocento anni
dalla cacciata dei moriscos da quella terra. Il suo
paese anni prima si era già “macchiato” con
l'espulsione degli ebrei, ordinata da Isabella la Cattolica
nel 1492. Ma la Spagna non è un paese tollerante?
Stiamo parlando di fatti occorsi ben quattrocento anni
fa… Io non credo che gli spagnoli di oggi possano essere
considerati in alcun modo responsabili per le decisioni
prese da Isabella la Cattolica o dal re Filippo II
o Filippo III. La Spagna è un paese tollerante,
anche in larga misura direi, e sta compiendo uno sforzo
enorme per cercare di accettare e di assimilare delle
comunità diverse. In particolare la musulmana,
la più grande comunità straniera presente
in Spagna. Quindi credo che alla Spagna di oggi non
si possa rimproverare alcunché.
Ora io credo che sia ben diverso il problema visto
dalla parte opposta: dobbiamo chiederci quali siano
le intenzioni verso l'integrazione reale, intesa come
accettazione dei principi che regolano la nostra società civile,
da parte di coloro che arrivano in Spagna, piuttosto
che in Italia e in altri paesi.
L'assalto a Paterna fa scappare il re, che forse
già intuiva l'arrivo dei cristiani, ma soprattutto
fa campare al massacro dei cristiani Hernando, la madre,
i fratellastri e Fatima con il suo piccolo. Hernando è davvero “il
prescelto”, come lo chiamò Hamid?
La risposta è senz'altro sì, Hernando è il
prescelto. Questo rientra nella parte romanzata del
mio libro: io ho deciso che Hernando ricoprisse un
certo ruolo cui ovviamente deve tenere fede. Hernando
nel corso di tutta la sua vita lotta strenuamente per
difendere la sua lingua, la sua religione, la sua cultura.
Alcuni dei fatti che si intrecciano con il personaggio
e le vicissitudini accadute sono assolutamente reali.
Non è parte romanzata l'assalto a Paterna, quindi
la fuga del re. Da quel punto in avanti Hernando, nel
rispetto del suo ruolo di prescelto, si comporterà in
un certo modo.
Il turbante che il re, Aben Humeya, regala a Hernando
per aver messo in salvo il tesoro dei musulmani ha
ricamata un'iscrizione: “la morte è una
lunga attesa”. Presagio di una vita travagliata
prima di trovare la pace e l'amore?
Questa iscrizione appartiene a un “romancero” (ndt:
termine che designa le antiche raccolte di romances,
componimenti epico-lirici) che contiene poesie e poemi
musulmani, risale quindi ad un periodo precedente il
XVI secolo. In particolare questa frase appare veramente
ricamata con perle sopra un turbante. È una
frase che mi è piaciuta subito perché allude
sì alla disperazione, ma quello che ci vuol
dire è che tutto ciò che non riusciremo
ad ottenere nella nostra vita terrena forse ci attende
nell'aldilà. Quindi, in questo senso, la morte
può essere una lunga attesa o la speranza per
conquistare quanto la vita ci ha negato. Questa frase
penso giochi un ruolo abbastanza importante nel libro,
ma escluderei che sia il presagio, cioè lo scotto
e il pegno da pagare prima di ottenere l'amore.
Hernando d'istinto sceglie Isabel, la sorellina
di Gonzalico, tra quelle offerte per la sua vendita
al mercato e ricavarne così il necessario per
nutrire i cavalli del re. Era inevitabile l'incontro
di Hernando con i corsari, visto il periodo storico?
È un fatto reale la presenza dei corsari, riportata
dalle cronache dell'epoca. Anzi va detto che il grosso
dell'aiuto che ricevettero i moriscos arrivò proprio
da Algeri, da parte dei corsari. L'Agà di Algeri
aveva promesso aiuto ai moriscos delle Alpujarras in
una guerra contro i cristiani. Molti corsari andarono
però più come mercenari, con il solo
scopo di arricchirsi, non certo perché si sentissero
particolarmente solidali con i moriscos. Mi piaceva
quindi l'idea di inserire questi fatti nel romanzo.
Hernando e Fatima possono essere tranquillamente
due personaggi attuali, potremmo osare anche moderni.
Hernando incarna come tanti giovani nelle città multirazziali
la condizione del “diverso”. Fatima, invece,
ha in sé il mistero dell'amuleto di cui porta
il nome, la mano a cinque dita che “secondo alcune
teorie, rappresenterebbe i cinque pilastri della Fede:
la dichiarazione, la preghiera, l'elemosina, il digiuno,
il pellegrinaggio alla Mecca”. Ho lavorato troppo
di fantasia?
Fatima è in primo luogo una grande lottatrice,
una combattente, quindi fa perfettamente onore all'amuleto
che sfoggia con orgoglio. Va ricordato che gli amuleti
sono quantomeno non riconosciuti e da talune religioni
persino proibiti, come nel caso dell'Islam. Non è così altrettanto
chiaro cosa significhino le cinque dita dell'amuleto
chiamato “la mano di Fatima”. Ma Fatima, con le azioni
della sua vita, incarna perfettamente i pilastri della
cultura araba nel suo insieme.
Hernando non lo vedo, invece, così diverso dai
musulmani della sua epoca. Perché la dualità che
reca in sé, questo essere sospeso tra la religione
cristiana e la musulmana non è una sua esclusività:
la maggior parte dei ragazzi che erano nelle sue condizioni
avevano questo stesso problema, perché erano
stati evangelizzati forzatamente attorno ai quattordici,
quindici anni, anche se a casa venivano educati in
base all'islam, prima della rivolta dei moriscos. Qualche
cosa in loro del cattolicesimo chiaramente rimaneva.
Ma, ripeto, questa dualità non era qualcosa
che appartenesse esclusivamente ad Hernando.
A quale dei suoi personaggi si sente più vicino? È sempre
vero che eticamente si deve tifare per il personaggio
positivo, ma narrativamente per quello negativo?
Il personaggio al quale mi sento più prossimo,
con il quale posso magari identificarmi un po' di più, è sicuramente
Hernando. Ma credo che sia abbastanza facile simpatizzare
per lui: è un combattente, un'idealista, che
dedica la sua vita ad un bene comune. Il problema è vedere
se una persona che fa queste dichiarazioni di intenzioni,
poi in quelle circostanze si comporta nel modo dichiarato.
Per quanto concerne la “tifoseria” del personaggio
negativo o positivo, credo che forse tratteggiando
la personalità di un personaggio negativo dobbiamo
attenerci in ogni istante al modello che abbiamo concepito
all'inizio. Quando sviluppiamo un personaggio positivo
credo che sia tutto più facile.
Forse quindi è vero quello che lei dice, cioè che
narrativamente troviamo semplice legarci a quelli negativi;
dobbiamo però concentrarci particolarmente affinché non
si commetta lo sbaglio di renderlo positivo in qualche
momento, per un errore, per una distrazione.
Quale sono gli autori che l'hanno influenzata?
Gary Jennings, Larsson, Mika Waltari (Sinuhe
l'egiziano), Ken Follet cosa le fanno venire
in mente?
Non saprei dire quali autori abbiano avuto maggior
influenza sul mio modo di scrivere, sul mio modo di
essere. In realtà io non leggo con spirito critico,
mai nella mia vita ho riletto lo stesso libro due volte,
mai sottolineato un romanzo. Diciamo che cerco di leggere
tutto, purché sia di qualità o comunque
purché mi piaccia. Se qualcosa ha influito su
di me l'ha fatto in modo abbastanza inconsapevole.
Per quanto riguarda gli autori che citava, sicuramente
di Mika Waltari, posso solamente dire che è assolutamente
splendido; Ken Follet con i suoi “I pilastri della
terra” mi ha letteralmente affascinato; Larsson mi è piaciuto,
diciamo che i suoi romanzi li trovo avvincenti; Gary
Jennings lo trovo assolutamente meraviglioso, purtroppo
ha scritto solo tre romanzi perché morto prematuramente.
Credo che il quarto l'abbia portato a termine la moglie,
ma romanzi come “L'Azteco” hanno lasciato un segno
profondo.
Valeria Merlini
novembre 2009 |
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