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SETTE NOTTI D'INSONNIA
di Elsa Osorio.
Elsa Osorio si conferma, in queste dodici storie, tra le più grandi narratrici contemporanee. A metà strada tra il fantastico e il reale, la maggior parte dei racconti di questa antologia hanno in comune la dittatura argentina, quasi trent’anni dopo la sua fine. Le voci sono quelle di donne e uomini che ne subirono le conseguenze. E che non hanno ancora dimenticato ‘i campi di detenzione, il rumore dei ceppi (…), il posto dove li torturavano, i commenti osceni e le grida strazianti che si mescolavano alla musica della radio’. Come accade a Laura, protagonista del racconto Sette notti d’insonnia, che rivede per caso a Madrid il suo aguzzino. O come Gabi, che ne Le lettere di Juan aspetta ansiosa di avere notizie del suo gemello scomparso, senza rinunciare alla speranza. Spicca per originalità la storia Il retrocesso, dove il protagonista Marcos incontra sul treno un uomo che per diversi anni era stato lui. Che aveva amato e vissuto con il suo nome. Ora anche Marcos vorrebbe cambiare vita…
Accanto a storie politiche, ne troviamo altre più fantastiche e allegoriche, come L’uomo di Balmes e Il suo piccolo e sordido regno. Leggere Elsa Osorio significa essere sufficientemente maturi per fare i conti con la parte oscura della grande Storia e della quotidianità.
Ha utilizzato spesso il sogno per dare vita ai suoi personaggi e la suspense per dare ritmo ai racconti di Sette notti d’insonnia. Cosa conta di più nell’armonia complessiva della sua narrazione?
Penso che la scrittura segua un po’ la scia dei sogni. I sogni ci appartengono, ma non siamo noi a decidere che cosa sognare. Così succede nella scrittura: quando inizio a scrivere, le idee emergono in superficie in maniera del tutto indipendente dalla mia volontà. Idee delle quali non sono pienamente consapevole, ma che si impongono. C’è uno stretto rapporto tra quello che è onirico e quello che è, per me, la scrittura, tra il sogno e la scrittura. Per quanto riguarda la suspense, beh! mi è sempre piaciuta. Fra i primi libri che ho letto, da adolescente, ci sono stati libri nei quali l’intrigo e il mistero erano dominanti e credo che la capacità di maneggiare questi aspetti sia un modo efficace per agganciare l’attenzione del lettore. Che poi è quello che dobbiamo fare noi scrittori.
La metà dei racconti di questa antologia (oltre a quello che dà il titolo al libro Sette notti d’insonnia, anche Pianto, Il film di Monica, Le lettere di Juan, Padre patriota, Il retrocesso) e i suoi romanzi parlano della dittatura, di violenza, dei desaparecidos. Anche Sepulveda nei suoi romanzi finisce spesso lì, riferito al Cile. E’ compito degli scrittori mantenere viva la memoria su quegli eventi? Che cosa fa il suo Paese?
Possiamo dire, solo ora, che la memoria ha vinto anche nella società argentina. Finalmente se ne parla di più anche da noi. E i giovani se ne stanno interessando. Certo l’Argentina preferirebbe voltare pagina. E non sono mancati scrittori che hanno finto di dimenticare e intellettuali che hanno disapprovato chi, come me, vuole ostinatamente parlarne. Sono convinta che si continuerà a scriverne per molto tempo ancora. Sebbene non sia un obbligo, sarebbe ben strano però, visto la vita che abbiamo vissuto, non trattare un tema così grande e doloroso. Da spaccare in due la società.
La dittatura militare si è appropriata anche dei neonati delle prigioniere politiche. Ne ha parlato in I vent’anni di Luz e nel racconto Il film di Monica. Quanti bambini sono stati coinvolti in questo dramma?
Almeno cinquecento, ma potrebbero essere di più. Sottratti dal carcere appena nati, oppure allontanati dalle loro madri molto piccoli, a un anno, un anno e mezzo. La dittatura aveva organizzato un piano di ‘rapimenti’ molto strutturato. Con vere e proprie maternità clandestine, dove le donne in attesa venivano curate fino al parto. E poi di loro non si sapeva più niente.
Come vivono oggi i ‘responsabili’ di quei massacri?
Sappiamo che il suo Paese è piuttosto tollerante nei
confronti dei criminali, ci tornano alla mente quelli
nazisti per citare un esempio. I colpevoli sono stati
puniti?
Sì, è vero. Il mio Paese ha sempre avuto la mano leggera nel giudicare i crimini di guerra. Ma qualche passo avanti è stato fatto, e finalmente sono state pronunciate tre condanne per genocidio. Bisogna però lavorarci molto. E la giustizia è ancora lontana. Un esempio: i responsabili più feroci vivono in ‘residenze speciali’ con comfort e comodità. Ci battiamo perché finiscano nelle carceri comuni, accanto agli altri delinquenti.
Da quanti anni vivono in queste residenze speciali?
Da molto tempo. Va detto che la legge argentina stabilisce che dopo i settant’anni si ha diritto agli arresti domiciliari. Così la maggior parte dei criminali, compresi gli assassini più efferati, sono a casa propria. Le ultime condanne hanno stabilito l’ergastolo da scontare nelle carceri comuni, senza il beneficio di alcun privilegio.
I colpevoli nei suoi racconti vengono tratteggiati con lieve umanità, con benevolenza caritatevole.
Il film di Monica è un racconto che ho esitato a lungo prima di terminarlo. Il suo protagonista, Oscar (un aguzzino ai tempi della dittatura, ndr) si è prima imposto con certe caratteristiche che ho dovuto assecondare, mio malgrado. Ho dovuto lasciarlo libero di agire, proseguire su quella che evidentemente era la sua strada personale. Credo che certi personaggi abbiano la loro naturale evoluzione che va rispettata. Monica invece è un personaggio femminile estremamente contraddittorio. Pensavo che avrebbe detestato, odiato il marito. Invece no, non può. Non dimentica di aver avuto una vita bella con lui. Anche se vissuta immediatamente dopo le torture. E lei lo sapeva, come lo sa il lettore. Sì, insomma, pensavo che un uomo così si potesse solo odiare, ma lo pensavo solo io. Monica invece, una volta lasciata libera di essere il personaggio che voleva essere, non può evitare di provare persino una certa tenerezza nei confronti di Oscar. Questo racconto è basato su un caso vero, anche se non nei particolari reali. Le vicissitudini sono state inventate da me e ne è venuto fuori questo rapporto di amore-odio piuttosto classico.
Tra tanti personaggi che lei ha creato, ce n'è uno che le assomiglia?
Mi ritrovo un po’ in tutti i miei personaggi, come ogni autore. Nessuno mi ritrae in quanto tale, ma ci sono cose di me un po’ dappertutto. Sono solo cenni di me. Forse nel racconto Il suo piccolo e sordido regno, nel quale si parla dell’arte e dell’erotismo, di quello che si può fare a livello di piacere con le parole… forse lì posso confessare una maggiore partecipazione personale.
Raffaella Ciuffreda
ottobre 2009 |
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