"Io sono quello che faccio"– Reinhold
Messner
E'
stato il primo a scalare l'Everest
senza ossigeno, il primo a collezionare
tutti gli ottomila della Terra e il primo
sostenitore di una filosofia alpinistica
volta a non invadere le montagne, ma solamente
ad arrampicarle. Reinhold Messner, oltre
ad essere uno degli alpinisti più famosi
di tutti i tempi è, con circa 50
libri alle spalle, lo scrittore di alpinismo
più letto al mondo.
Lui sa cosa vuol dire affrontare il limite
dell'impossibile durante imprese che possono
superficialmente essere bollate come follia,
ma che altro non sono che la manifestazione
di una vera e propria venerazione per la
montagna. Anche se la montagna è sacrificio,
anche se la montagna è solitudine,
anche se la montagna, madre e matrigna, può portarsi
via gli affetti più cari.
La tragedia di Günther Messer
Fu quello che accadde nel 1970 quando Messner effettuò la
sua prima scalata di una delle principali vette dell'Himalaya:
il Nanga Parbat, uno degli ottomila più temibili
e affascinanti del mondo, ambizioso e impervio traguardo
per ogni alpinista estremo, non a caso noto per la
sua pericolosità con il nome di “montagna
assassina”. Come lo stesso Reinhold Messner narra
nei suoi libri più sofferti La
montagna nuda.Il Nanga Parbat, mio fratello, la morte
e la solitudine.
e Nanga
Parbat. La montagna del destino i fratelli
Messner furono i primi a conquistare la cima
dal versante Rupal e lo fecero con quell'approccio
di arrampicata leggera che caratterizza la carriera
alpinistica di Reinhold dai suoi primissimi inizi
sulle magnifiche cime dolomitiche. Salirono in
stile alpino, dunque, senza ossigeno e senza
portatori. Ma, una volta raggiunta la vetta,
il maltempo e la stanchezza accumulata da Günther li costrinsero
a scendere dalla più agevole parete ovest,
il Diamir. Dopo aver bivaccato più giorni
all'aperto, quando erano quasi alle pendici della
montagna e allo stremo delle forze, la tragedia:
Günther Messner venne travolto da una slavina
e morì. Reinhold, dopo aver affrontato l'amputazione
di sette dita dei piedi in seguito al congelamento,
dovette scontrarsi con la terribile e ingiusta accusa
di non avere fatto il possibile per salvare suo fratello.
Un dolore profondo che non ha scalfito né la
determinazione di Messner né il suo profondo
rispetto per la montagna, come ci racconta in La
mia vita al limite, un'autobiografia
in cui scandaglia quei moti dell'animo umano
che si manifestano quando ci si trova ai limiti
delle proprie potenzialità psicofisiche,
esposti completamente alle sole proprie capacità. "Di
mia spontanea volontà cerco l'inferno",
così commenta oggi le sue imprese ricordando
quando, nel 1980, raggiunse la vetta dell'Everest
senza l'ausilio dell'ossigeno attraverso una
scalata in solitaria.
Da allora Messner non ha smesso di cercare nuove
sfide, scalando vette ritenute inaccessibili e continuando
a scrivere, delle sue esperienze ma anche dei luoghi
e delle persone che ha incontrato come ne I popoli
delle montagne o di chi dell'alpinismo ha fatto davvero
la storia come in K2 Chogori. La grande montagna
in cui espone il suo pensiero su uno degli eventi
più controversi e discussi dal mondo alpinistico:
il ruolo avuto da Walter Bonatti durante la spedizione
italiana che, nel 1954, raggiunse la vetta del K2.
Cerro Torre, la montagna impossibile
Grido
di pietra, ultima impresa letteraria di Reinhold
Messner, vede l'alpinista altoatesino nelle vesti
di storico per ricostruire la tanto discussa vicenda
della prima scalata alla guglia di roccia più spettacolare
della Patagonia: il Cerro Torre. Cinquant'anni dopo
la sensazionale quanto discussa spedizione del 1959,
Messner aiuta a capire i fatti, in modo inequivocabile,
riportando alla vita storici protagonisti della montagna
come Cesare Maestri e Toni Egger.
Nonostante il suo nome sia oggi legato a molte imprese
memorabili, Messner non è considerato, al
contrario di molti altri, un “inseguitore di record”:
il suo interesse dichiarato è infatti quello
di entrare in contatto con la natura, mentre il suo
stile alpino e l'immediatezza della sua scrittura
lo hanno reso difensore di quei valori capaci di
dare all'alpinismo una dimensione più prossima
all'arte che allo sport.
Athena Barbera
Luglio 2009 |
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