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Il secondo romanzo di Paola Barbato, dopo Bilico, ci spinge al tentativo di comprensione della sua creatrice. Una donna che ci incuriosisce. Già, perché mai ci si aspetterebbe da una giovane donna una simile storia fatta di oscure situazioni in cui il protagonista si viene, suo malgrado, a trovare. Ma lei ne è la mente. La situazione è la più orribile, allucinante, atroce, a cui si possa pensare. Un uomo, un cane. A
Mani Nude, in una nuova vita. Inimmaginabile. Eppure così vero, così dettagliato e reale da proiettarci in un incubo. E il suo potere è farci desiderare e non poter accettare un finale non diverso da quello descritto. Anzi, non saremmo mai riusciti ad arrivare a tanto. Crudo, terribilmente violento, ma irresistibile.
La paura. Il suo libro ci fa scontare subito con una sensazione: la paura. Il protagonista infatti realizza che [“...mai era stato tanto consapevole che la paura fosse una questione fisica, fisicissima”]. Il suo benvenuto alla lettura. Che sensazione fisica attribuisce a questo sentimento per meglio descriverlo? Il freddo, sicuramente. Il freddo ci fa percepire anche la più infinitesima parte del nostro corpo. E quando cominciamo a non sentirla più corriamo a cercarla per dimostrarci che c’è ancora. La paura è fredda, la letteratura su questo non ci ha ingannati.
La consapevolezza dell'istinto. L'infanzia di un ragazzo, e la sua vita stessa, vengono strappate. Negate alla normalità. E gettate in uno scantinato, ad attendere una bistecca. Lei scrive: [“....l'infanzia era andata, quella sera era andata per sempre. Prima era disperazione, poi rabbia, poi angoscia, poi paura, e alla fine istinto”]. Crede davvero che l'istinto di sopravvivenza possa trasformare persone civili in bestie? A quale esempio si è rifatta e chi aveva in mente mentre scriveva?
Io credo che l’essere umano sia e resti comunque un animale. Ci consideriamo evoluti, ma siamo mammiferi, come i criceti e gli elefanti. Quella che poi noi chiamiamo “evoluzione” l’abbiamo pagata con lo scotto della perdita dell’istinto. Solo in casi eccezionali l’uomo lo recupera. Atti di forza sovrumani, istinto di sopravvivenza che va oltre ogni aspettativa… Basti pensare a persone sopravvissute giorni e giorni sotto le macerie senza acqua o cibo, fossilizzate da un cemento di melma, eppure vive. Il risveglio dell’istinto non lo vivo come accezione solo negativa, in ogni specie c’è chi soccombe e chi sopravvive. Anche nella nostra società “civile”. Vuole un esempio? Per cento donne massacrate di botte dai loro mariti prima o poi una prende in mano un coltello. Oppure trova la forza di denunciare.
L'adulazione. Minuto, il boss, dice a Batiza-Davide che [“hai saputo sorprendermi. E io non mi sorprendo spesso”. Gli occhi del ragazzo cominciavano a brillare, e l'uomo lo sapeva]. Il ragazzo sta cambiando. È l'adulazione a cambiarlo o sa che per sopravvivere deve modificarsi?
Davide è l’emblema dell’innocenza. Ha il corpo di un adulto, o quasi, ma ragiona ancora come un bambino. Ai suoi occhi Minuto è quello “Forte”, quello da cui dipende tutto. E l’Uomo Forte lo gratifica della propria sorpresa. E’ un meccanismo semplice, molto più dell’adulazione. Minuto non sta adulando Davide, ma in luogo di qualcosa di brutto, che sarebbe lecito il ragazzo si aspettasse, gli getta un bocconcino. Come si fa con un cane.
La nuova vita. Fatta di morte. E di dolore. Questo diviene la normalità per il protagonista. Ci si abitua mai veramente?
L’uomo è adattabile. A tutto ci si abitua. Alla prigione. Alla menomazione, al non sapere mai cosa sia la verità. Noi stessi siamo abituati ad essere piegati da regole che sono insite nella società, e non ci poniamo domande, per noi esistono e basta. Sono “normali”. Penso che questo principio possa essere applicato a tutto.
La sostituzione definitiva. Le terribili parole di Batiza [“il mio papà non mi parlava come te” e Minuto risponde “il tuo papà è stato manchevole”]. Qui definitivamente si pensa che Batiza-Davide sia sulla strada del non ritorno. Si lega alla Sindrome di Stoccolma? Perché?
Perché tanto più si è giovani tanto è più semplice dimenticare, sostituire. Agli occhi di Davide Minuto è “buono”. Si interessa a lui, gli parla, lo allena. Forse è semplicemente presente e questo lo rende ai suoi occhi migliore di un padre magari occupato solo a fare un onestissimo lavoro, con meno tempo da dedicargli, meno facilità nell’ascoltarlo, meno interesse nel capirlo. Credo che la giovane età di molti delinquenti spesso dipenda da questo: trovano una figura più adulta che dà loro l’attenzione di cui hanno bisogno. Questo senza voler colpevolizzare i genitori, ma è un fatto che i ragazzi troppo “abbandonati a sé stessi” vanno in cerca di qualcuno che li guidi. Oltre a questo subentra anche la Sindrome di Stoccolma, certo, che mi ha sempre affascinata.
A tutto l'orrore già presente aggiunge anche lo snuff movie. La prima volta di Batiza è segnata dal sangue lasciato alle sue spalle. Logico proseguimento della nuova vita del protagonista? Lei ha mai visto degli snuff movies? Se sì, che giudizio ne darebbe?
Se avessi mai visto uno di quei filmati non ne potrei scrivere. Non ne scriverei così, non in un romanzo, in un racconto di fantasia. Non ho mai visto lotte tra uomini, o cani, o galli, non ho mai assistito a una corrida. Che giudizio dovrei darne? La morte non è un gioco. La roulette russa, le corse in auto, cosa ne dovrei pensare? C’è qualcosa da pensare? C’è da ragionarci? Ci sono solo domande, ma quelle non hanno risposta, e infatti io non fornisco ne’ le risposte ne’ le domande. Batiza uccide e stupra così come pulisce il bagno e fa il bucato. Ubbidisce perché gli eventi vengono spogliati di ogni significato e valore. Agisce senza morale, perché una morale non gli viene fornita, l’amoralità è la sua ancora di salvezza.
Quanto incide il fatto di lavorare in un “mondo maschile”
[è sceneggiatrice di Dylan Dog dal 1997] nel suo modo di pensare e
di scrivere?
In nessun modo. Lascio il problema agli altri. Mi considero una persona e basta, la mia conformazione fisica non ha nessun peso sul mio lavoro.
Ha scritto il soggetto di una fiction che andrà prossimamente in onda. Di cosa tratta? Esiste una sostanziale differenza tra lo scrivere romanzi e testi televisivi? Dobbiamo attenderci violenza, sangue, suspanse anche qui?
E’ una fiction che verrà trasmessa su Sky, ispirata a un altro fenomeno dilagante in Italia, quello delle sette sataniche. Ma niente di grandguignolesco, il punto di vista scelto è quello dello smarrimento di un padre di fronte alla scomparsa del figlio, fagocitato da un mondo di cui l’uomo a malapena era a conoscenza. La differenza tra lo scrivere un romanzo o una fiction sta basilarmente nella struttura completamente diversa (scrittura libera/sceneggiatura), nella presenza di un committente e di vari supervisori, nel fare i conti sempre con la visualizzazione delle immagini. Non è una discesa libera, è uno slalom. Certo, nella discesa libera si rischia di farsi molto più male.
L'essere diventata da poco più di un anno mamma le farà modificare il suo modo di scrivere? Farà leggere i suoi libri a sua figlia? Che cosa le dirà in merito?
Non vedo perché la maternità dovrebbe cambiare qualcosa. Io sono io, scrivo come scrivo e scrivo quello che scrivo perché è ciò che so fare. Da adulta mia figlia potrà leggere i miei libri oppure ignorarli, giudicarli oppure no, starà a lei. Se io cambierò stili o temi non sarà dovuto a nessun fattore esterno, ma solo a me stessa.
Tra il suo primo thriller “Bilico” e quest'ultimo, a quale è più affezionata e perché?
Sono stati scritti in momenti completamente diversi, il primo quasi per gioco, senza intento di pubblicazione, il secondo con la piena consapevolezza delle mie responsabilità. Forse “Mani nude” mi ha divertita di meno perché è mancata la leggerezza che c’era invece in “Bilico”, ma ha compensato ampiamente con il profondo legame che ho instaurato con i personaggi.
Ha già in mente un terzo romanzo? Qualche anticipazione?
Qualcosa in mente ce l’ho, ma poi lungo il cammino cambia sempre tutto.
Che testi ci sono nella libreria di Paola Barbato? Il suo libro o autore preferito?
Amo molto King, Pennac, Vargas Llosa, ma anche Calvino, Benni, Ammaniti. Sono una lettrice onnivora, peccato abbia davvero troppo poco tempo. Se devo sceglierne uno –ironia della sorte - dico La città e i cani di Mario Vargas Llosa.
Valeria Merlini
21/04/2008 |
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