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Del sommo poeta inglese, forse il più grande autore di ogni tempo e luogo, ci restano 884.647 parole (ma solo quattordici scritte di suo pugno). Molte meno sono le informazioni che abbiamo sulla sua vita, quasi nulla possiamo affermare con certezza riguardo alla sua personalità, forse non possediamo nemmeno un suo ritratto autentico e quindi, in teoria, non sappiamo che faccia avesse. Alcuni studiosi hanno persino dubitato della sua esistenza: "È una sorta di equivalente letterario dell'elettrone: è lì ma non è lì". Eppure su William Shakespeare, sulla sua vita e sul suo tempo, sono stati versati fiumi di inchiostro che hanno alimentato innumerevoli polemiche e strabilianti congetture. Bill Bryson, attingendo al guazzabuglio di curiosità che ruotano intorno alla figura del bardo, ci offre oggi uno Shakespeare mai raccontato e un delizioso affresco della vita londinese nel periodo elisabettiano, in cui i teatri, sempre affollati, aprivano alle due del pomeriggio, il biglietto d'ingresso costava un penny e per gli spettatori più golosi erano in vendita birra, pan di zenzero, noci, mele e pere "che potevano trasformarsi in missili nei momenti di delusione". E, con la consueta abilità di scrittura, ricostruisce non solo la biografia di un uomo, ma anche un'epoca di intensa temperie culturale e grande libertà di pensiero: il racconto, rigoroso e divertente a un tempo, della vita di persone che "sei giorni alla settimana si riunivano, si travestivano, si truccavano per donare al mondo alcune delle più sublimi e irripetibili ore di piacere mai sperimentato".
21/08/2008
Rimpiango anch'io il Bryson ''traveller writer''. Libro comunque piacevole ma piatto, manca la spassosa arguzia che rendeva estremamente divertente la lettura dei suoi precedenti racconti di viaggio. Stesso discorso vale per ''breve storia di (quasi) tutto'' che ho terminato solo per pignoleria...
17/08/2008
Da appassionato lettore di Bryson sono rimasto un po' deluso. A mio giudizio Bryson da il meglio nei romanzi di viaggio.
