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Fariba Nawa è una giornalista di origini afghane. Da piccola si è trasferita con la famiglia in America, e dopo 19 anni torna per la prima volta nella sua terra per conoscere il proprio popolo e riscoprire il sapore della sua infanzia. A Herat, sua città natale, la giornalista incontra il nonno, Baba Monshi, un intellettuale che è stato in prigione per le sue idee, giudicate troppo moderne. Il viaggio prosegue tra trafficanti, donne disposte a sacrificare la vita per far valere i propri diritti, giovani pusher, signori della droga, agenti infiltrati. Infine la giornalista incontra Darya, con la sua storia di tristezza e rassegnazione. Darya è una giovane "sposa dell.oppio", costretta dal padre, trafficante, a sposarsi con un signore della droga molto più vecchio di lei, che non parla nemmeno la sua lingua e ha già un'altra moglie e otto figli. Negli occhi intensi di quella bambina Fariba vede riflessa tutta la bellezza e la sofferenza delle donne afghane. In un libro a metà tra il romanzo e il reportage, Fariba Nawa ci racconta tutta la verità sul moderno Afghanistan, dilaniato da sanguinose lotte, conteso tra potenze straniere e lasciato in mano agli spietati signori dell'oppio.
Un libro per capire meglio l'Afghanistan. Nel 1982, al tempo dell'occupazione sovietica, la famiglia Nawa fuggì e si trasferì in California. Fariba aveva nove anni e ha sempre desiderato tornare in patria: quel momento è arrivato nel 2000, con l'avvento dei mujahiddin quando, divenuta giornalista, è riuscita a ottenere un incarico che le permettesse di girare il paese indagando soprattutto sulla condizione femminile. Emblematico il caso di Darya, sposa- bambina ceduta dal padre per ripagare i debiti della droga, principale risorsa dell'economia locale. Tante sono le storie raccolte in sette anni, durante i quali Fariba ha anche sposato un connazionale e ha avuto una bambina, giungendo alla decisione di ritornare in California per la sicurezza della sua famiglia.
Dalla sua esperienza è nato un libro impressionante, che trascina il lettore nel fitto dei contrasti di un territorio senza pace, la cui antica civiltà è corrosa dalla miseria, dagli odi tribali e dalla criminalità.
Daniela Pizzagalli
22/02/2012
Più che intitolarsi "LA MOGLIE AFGANA - NON TUTTE LE DONNE SONO NATE LIBERE - UNA STORIA VERA" avrebbe dovuto intitolarsi "DATI SUI NARCOTRAFFICI IN AFGANISTAN". Una sfilza di dati su droghe, trafficanti e traffici. Noioso, pesante. Racconta molto poco sul destino delle donne. Perde più tempo a raccontare particolari e ricordi della sua famiglia ( di cui poco importa) che del mondo al femminile come il titolo dovrebbe far credere. Bocciato. Non ve lo consiglio.

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