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Bernardo Soares è un uomo che sta a una finestra. Soares è un contabile di Lisbona e la finestra appartiene a una ditta di tessuti nel vecchio centro commerciale della città, la "Baixa" pombalina. Taciturno e solitario, egli se ne sta dietro ai vetri, come il vecchio Flaubert, a spiare la vita. Una vita esterna e reale ma che si svolge estranea a lui, anche se gli transita accanto; e una vita interiore e inventata: perché la finestra di Bernardo Soares ha le imposte che si possono aprire nei due sensi, sul fuori e sul dentro. E anche quel "dentro" è un luogo estraneo e ignoto al suo abitatore: un "dentro" in affitto, la camera di un albergo che Soares divide con altri se stesso che Soares non conosce. Su questi due paesaggi che si intersecano e si confondono, Soares va scrivendo minuziosamente, con la maniacale puntigliosità del contabile, il suo diario: grandioso zibaldone fatto di journal intime, di riflessioni, di appunti, di impressioni, di meditazioni, di vaneggiamenti e di slanci lirici che egli chiama "Libro" e che noi potremo chiamare romanzo. Del resto tutta la letteratura autobiografica, da Cesare fino a Valéry e a Gide, può essere letta alla luce dell'ironica osservazione di Poe sull'impossibilità di conseguire la "verità" autobiografica "senza che la carta si raggrinzisca e bruci al tocco dell'infiammata penna". In tal senso, il libro di Soares è certamente un romanzo. O meglio, è un romanzo doppio, perché Pessoa ha inventato un personaggio di nome Bernardo Soares e gli ha delegato il compito di scrivere un diario. Soares è cioé un personaggio di finzione che adopera la sottile finzione letteraria dell'autobiografia. In questa autobiografia senza fatti di un personaggio inesistente consiste l'unica grande opera narrativa che Pessoa ci abbia lasciato: il suo romanzo.
17/07/2005
Lidia - giggiollali@tiscali.it
Un capolavoro...Ho presentato un frammento di questa incantevole raccolta di pensieri ( e precisamente...quello ke porta il titolo a questa recensione ) ad un provino teatrale tanto è stato il mio amore per questa lettura inquieta e triste che scava nel profondo del corpo e della mente umana...perchè mai la vita mi ha tolto i giocattoli?
01/04/2005
Le parole di questo libro di Pessoa suscitano lo stesso effetto di note di uno spartito della musica più dolce, ma allo stesso tempo amara. Nostalgia di quello che non c'è, rivendicazione del valore del sogno, fuga dalla realtà, solitudine...
05/03/2005
ti accompagna per tutta la vita...impalpabile
25/01/2005
E' uno dei più bei libri che abbia mai letto...mi è entrato nel cuore... Lo consiglio vivamente a tutti!
17/09/2003
Mamma mia che libro!...non vorrei mai finirlo di leggere, è vero fino al midollo, lacera e persiste ma trasmette un'emozione che non si riesce a contenere. l'esistenza...la capacità di osservarla da occhi umanamente inquieti. stupendo.
09/03/2003
Amalia - caelelos@hotmail.com
Pessoa riesce,in quello che è il suo capolavoro,nell'immane progetto di far luce,almeno in parte,su un animo per niente scontato e palesemente contorto,non contradditorio,talvolta surreale ma mai immaginario.
15/11/2002
E' uno dei pochi libri che affonda nell'anima.
