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Tra i pilastri dell'identità italiana un posto decisamente strategico spetta alla lingua e alla letteratura, per secoli unico cemento di quella strana nazione senza stato che è stata l'Italia. Le rose e le viole ripercorre le vicende della nostra letteratura, denunciandone gli elementi di stranezza, le anomalie, i tratti perfino paradossali dovuti al suo precocissimo fissarsi nella norma toscana, all'aver costretto i propri narratori e poeti a esprimersi in una lingua acquisita per lo più solo sui libri. Il prezzo pagato per questa scelta da un paese che spicca proprio per la ricchezza e la varietà delle sue culture è stato la perdita delle esperienze più vive. Di lì nasce la scarsa leggibilità e la ancor più scarsa popolarità dei classici italiani. Dopo aver passato in rassegna le vicende sociolinguistiche che hanno costituito lo sfondo della nostra tradizione letteraria, l'autore affronta nel suo sviluppo secolare la contrapposizione tra "toschi modi" e "sermon natio". Fissa quindi i caratteri di fondo della letteratura italiana: metastoricità, registro illustre, selettività tematica, fruizione ipercolta, ripetizione manieristica, culto della forma ecc. Mettendo a frutto il ventennale lavoro di ricerca sulle tradizioni del dialetto, Brevini documenta secolo dopo secolo l'autoreferenzialità della letteratura scritta in quell'astratto esperanto che è stato il toscano letterario, dimostrando come essa abbia sostanzialmente eluso le drammatiche vicende della nostra storia.

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