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Nonostante la critica e il giudizio che gli vengono da sempre rivolti di essere l'espressione letteraria del sentimento imperialista inglese, sembra che Rudyard Kipling, un po' come il nostro Salgari, abbia sentito la necessità di fuggire da quel mondo di violenza e soprusi che lui stesso sperimentò sulla sua pelle fin da bambino - cresciuto com'era sotto i rigori della rigidissima educazione ottocentesca inglese che non lesinava crudeltà anche fisiche trovando rifugio nella fantasia, muovendosi in territori che la civiltà dell'uomo bianco non sfi orava neanche. Scrisse di giungle popolate da belve feroci ma capaci di solidarietà e amicizia, di animali terrorizzati più che dall'insidioso fascino di Kaa, l'enorme pitone, o dalle fauci tremende di Shere Khan, la tigre mangiatrice di uomini, da un brutto, misero animale senza peli, senza zanne o unghie affilate: l'uomo, la cui violenza e barbarie nessuna forza naturale può uguagliare. Scrisse ed evocò figure che nessuno prima di lui si era sognato di descrivere: indiani, malesi, neri, giapponesi, afghani, gente di ogni colore e di ogni angolo del globo; la sua umanità è incredibilmente varia: dai famosi ufficiali della cavalleria inglese ai raja ai costruttori di ponti ai santoni ai mendicanti che affollano porti e bazar. Osò far assumere il ruolo di protagonisti a cobra e manguste, fece parlare con ovvia naturalezza navi e locomotive.

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