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Il diciottesimo secolo ha usato la parola Lisbona come noi oggi usiamo la parola Auschwitz. E' sufficiente nominare un luogo per indicare il male assoluto, il crollo della più elementare fiducia nel mondo e delle basi che rendono possibile la civiltà. A partire da questi due esempi, il terremoto e l'olocausto, Susan Neiman indaga su altre catastrofi, come Hiroshima o gli attentati dell'11 settembre, per mostrare come sia possibile che il 'male', se raggiunge livelli di massima efferatezza, faccia andare in frantumi tutte le categorie morali che nella vita comune ci fanno esprimere giudizi e opinioni. Capire, dunque, cosa rivelino i cambiamenti nella nostra comprensione del problema del male riguardo alla comprensione di noi stessi e del nostro posto nel mondo, è l'intento principale di queste pagine. Con l'età moderna, il problema del male è divenuto centrale nella riflessione filosofica e ha posto nuovi interrogativi relativi alla vita e alla morte delle persone: che senso ha un mondo dove gli innocenti soffrono? Quale credo in un potere divino o nell'umano progresso resiste a non catalogare il male? Il male è forte e radicato o banale e mediocre? Fino a quando l'impossibile può divenire possibile in termini di brutalità e violenza? Questioni che hanno appassionato molti filosofi, da Voltaire e Rousseau a Kant, Hume e Hegel, da Leibniz a Schopenhauer, passando per Nietzsche e Freud, fino a giungere ai contemporanei, Adorno, Camus, Arendt e Rawls.

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