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Nella prima parte del libro sono raccolte le poesie che Rodari scrisse per la rivista satirica "II Caffè" di Giambattista Vicari tra il 1961 e il 1962. Scritte sempre in maiuscolo, come incise sul marmo, le "Poesie lepidarie" sono una specie di "Spoon River" derisoria, sarcastica e sovversiva: "La lapide lepida, in mano a Rodari, diventa un pretesto di infinito ricalco caricaturale, ed è probabilmente il punto di più evidente saldatura con il salvacondotto di un "lasciatemi divertire" alla Palazzeschi, per un arco di risorse che vanno dalla selezione grottesca dei nomi propri all'uso derisorio e basso della rima, dalla depressione tematica alla capriola lessicale, dalla citazione perversa allo sberleffo grosso in margine a una data, a una cifra" (E. Sanguineti). La stessa dedizione ai giochi verbali, ai rovesciamenti e alla parodia è presente nella seconda parte del libro, "Materia prima", che conferma le ascendenze avanguardiste di Rodari (nella linea che da Lear giunge a Palazzeschi passando per i surrealisti) e ribadisce quanto il poeta credesse nella funzione liberatoria del riso, ma anche, e soprattutto, nel valore contestativo e critico del comico.

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