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Un insidioso bisogno di sicurezza, di certezze, di saperla non solo lunga, ma di arrivare alle radici delle cose, affligge l'umanità. Insomma, non cerchiamo semplici soluzioni, ma soluzioni radicali e definitive, 'ipersoluzioni' le chiama Watzlawick, definendole come "un modo di affrontare i problemi che, pur fondato sulle migliori intenzioni, finisce sempre con l'avere effetti controproducenti".
Qualcuno può pensare di essere vaccinato: in fondo, che "di buone intenzioni sono lastricate le vie dell'inferno" e che "il troppo stroppia" sono cose che si sanno. Leggendo il libro, poi, è facile essere d'accordo con l'autore: di questi tempi che si sente di appartenere alle schiere di quelli che "vogliono rimettere in sesto il mondo o addirittura renderlo felice?" chi non conviene nel dire che spesso le alternative sono false alternative, che 'tertium datur', che esiste una terza via? Ma, attenzione! "Di bene in peggio" riserva un finale a sorpresa: anche chi aderisce al presente e al concreto, chi dimette le illusioni di totalità, chi rinuncia all'affanno di cercare fuori di sé, chi crede di avere finalmente raggiunto una condizione di saggezza - e di questi suoi raggiungimenti fa una legge, una conquista, una bandiera - cova il virus di un nuovo fanatismo, è pronto a una nuova serie di ipersoluzioni, e di successi catastrofici. Come dire: leggere daccapo, anche questa è un'ipersoluzione.
17/07/2001
Ironico. Lo si legge in pochissimo. Tutti in situazioni difficili, cerchiamo di trovare delle "ipersoluzioni". Frase da ricordare: "Bon mot: operazione perfettamente riuscita, paziente deceduto".

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