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Sulla traballante Roma littoria degli ultimi anni del fascismo, poi diventata Roma Città Aperta, esiste una vastissima produzione di memorie, ricostruzioni, saggi, non tutti del livello di "Roma 1943" di Paolo Monelli, o di "Lettere a Milano" di Giorgio Amendola, ma tutti o quasi tutti accomunati da un forte, diciamo pure nobile sentire che dà a questo tragico periodo della nostra storia recente come un tono omogeneo. Basta ricordare il capolavoro di Roberto Rossellini.
Fa eccezione "Una spia in Vaticano" e non solo perché l'autore non è italiano, ma allora un giovane serbo, mancato diplomatico, inviato in Italia dalla Croce Rossa in Vaticano per una missione impossibile. Inosservante del politicamente corretto, irrispettoso della Santa Sede e del Papa, dei tedeschi, degli italiani, ma anche degli alleati e di Churchill, noncurante dei buoni sentimenti e così sarcastico da sfiorare a volte il cinismo, questo è un libro che canta completamente fuori dal coro. Ma le storie che racconta, le interpretazioni degli avvenimenti, sono così avvincenti e spietate nella loro evidenza, non modificate nemmeno dallo spirito disincantato dell'autore, rivelatosi poi non tanto disincantato, che quando uscì nella prima edizione inglese, anni fa, ebbe un grande successo di critica e di pubblico. E il ritratto di Roma, vista come un Grand Hotel, con decine di personaggi molti dei quali entrano in una pagina attraverso una porta girevole affidata al caso e scompaiono in quella successiva, tra farsa e tragedia, rimane uno dei più originali che siano stati scritti.

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