Non si può dire che la mia non fosse una bella vita: una carriera come editor di libri di cucina, una casa imponente fra i boschi del Connecticut, un marito attraente e di successo che amavo. Ma nell'ultimo anno le cose fra noi erano cambiate, tanto che mi ero scoperta a fantasticare, oltre che su Mel Gibson e Kevin Costner, sul mio direttore vendite, sull'addetto alla manutenzione dei condizionatori e persino sul bigliettaio del treno. Quanto a mio marito, sapevo cosa gli faceva battere forte il cuore: il suo country club. Dal momento in cui Hunter si era fatto socio, io ero diventata una specie di vedova e lui un fanatico in calzoni a scacchi che non si perdeva un torneo di golf sul campo o in TV (per non parlare delle cravatte tempestate di palline). Poi un giorno il mio capo aveva pronunciato la più temuta frase di tutti i tempi - se si esclude: "Ti restano sei settimane di vita" - ovvero: "Siamo costretti a lasciarti andare". A quel punto Hunter mi aveva suggerito di bazzicare il club per stabilire contatti utili anche se, vista l'età media dei membri, un impresario di pompe funebri ne avrebbe certo tratto maggior profitto. La verità era che quell'ultima roccaforte di ricchezza e privilegio non faceva per me, o forse era il contrario: snobbata dai soci, considerata un pericolo pubblico sul campo da tennis, confinata fra la sala da pranzo col suo cibo stracotto e la piscina, dove le signore parlavano di figli (che io non avevo) e sparlavano della gente (che non conoscevo). Nessuno avrebbe potuto prevedere che sarebbe stato un atto di violenza a scuotere il loro mondo perfetto e a trasformare me da moglie frustrata in donna avventurosa, decisa a rischiare tutto per far arrestare un colpevole e, magari, far rinsavire un marito. Come si dice, se non giochi la partita della vita, poi non hai niente da raccontare negli spogliatoi.

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