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Per cosa vive un uomo d'inizio Ottocento? Dipende; se quell'uomo si chiama Jacopo Ortis, per due sole ragioni: la patria e l'amore. E se entrambe tradiscono, è finita, quell'uomo muore. Sullo sfondo di un'Italia domata e rassegnata al dominio straniero, le lettere che il giovane scrive all'amico Lorenzo Alderani sono un grido di rabbia e disperazione. La passione civile si fonde con quella amorosa in un intreccio essenziale che il giovane porterà alle estreme conseguenze: il suicidio, nel caso di Jacopo, non è una resa né un gesto improvviso, bensì una denuncia e una tragica affermazione: io esisto, io ho vissuto. Le "Ultime lettere di Jacopo Ortis" sono il romanzo dell'irrequietezza politica e amorosa in cui Foscolo esprime la propria visione del mondo: ferita, tradita, ancora una volta, un'ultima volta, profondamente umana. Perché "comunque si definisca il vocabolo, certo è che quanto la passione è più intensa, tanto più produce dolore".

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