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Alla fine del suo Saggio sull'intelletto umano (1689) Locke auspicava il sorgere di una nuova disciplina, che chiamava Semeiwtikhv. In questa nuova scienza, che avrebbe dovuto studiare le idee e le parole, intravedeva le linee di un'altra logica e di un'altra critica. Non sapeva che, quasi sessant'anni prima (1632), un teologo domenicano, Giovanni di San Tommaso, aveva già pubblicato un Trattato, nel quale studiava sia il segno formale, corrispondente a quella realtà mentale che Locke chiamava idea e che per il teologo domenicano avrebbe dovuto chiamarsi anche concetto, sia il segno strumentale, che Locke aveva chiamato parola, ma nella cui nozione era incluso sia il segno vocale sia quello grafico. Solo nel primo quarto del secolo scorso questo testo è stato oggetto di studio da parte di Jacques Maritain, che lo ha fatto conoscere nel mondo anglosassone, sollecitandone una traduzione. Ora appare per la prima volta anche in italiano. John Deely, che lo ha tradotto ultimamente in inglese (1985), lo considera come un altro Discorso sul metodo, nel quale tuttavia si conserva del pensiero classico ciò che manca alla filosofia moderna e contemporanea, l'oggettività della conoscenza, presente nel concetto di segno formale, per il fatto che esso è, come aveva detto Aristotele, somiglianza della cosa, di cui fa le veci, rappresentandola, dinanzi alla potenza conoscitiva.

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