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La traduzione letteraria, dice Susan Sontag, è come il balletto classico: un'attività guidata da modelli irrealistici, ovvero tanto rigorosi da generare fatalmente in chi vi si dedica un certo inappagamento, o la sensazione di non essere mai all'altezza. E, come il balletto classico, è un'arte di repertorio. Dunque necessaria, insostituibile per trasmettere, trasportare, diffondere, spiegare, rendere più accessibile ciò che in un linguaggio non nostro, o non abbastanza padroneggiato, ci sarebbe negato. "E che cosa sarei io senza Dostoevskij, Tolstoj e Cechov?", si chiede la scrittrice con amore e umiltà, indagando in poche, dense, limpidissime pagine, attraverso l'aspetto accessorio della traduzione, il problema della lingua stessa 'del mondo'. Perché, buona o cattiva che sia, alta o bassa, 'oggettiva' o 'libera', la traduzione è il sistema circolatorio delle letterature del mondo. Un'attività 'etica' che educa il cuore e la mente, crea una vita interiore, approfondisce la consapevolezza che altre persone, diverse da noi, esistono davvero.

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