Dopo il terremoto del 1693, che distrusse oltre 60 città della Sicilia, esse si risollevarono. Non furono però gli spazi a includere le architetture. Il suolo scosceso, dislivellato, in declivio, si fenomenizzò nelle forme architettoniche di città costruite a sbieco: a ripiani, a terrazze; con ragionate sbrigliatezze di scalinate all'aria aperta, che le salite hanno risolto in trapezismi linguistici e in prospettive.
Oggi, per queste barocche e frante architetture la luce del sole è impietosa. Si accende impudica, e brucia sugli sfregi della maltutela. Disperde l'incanto. E se un suono lascia persistere, è quello rintanato e sibilante delle maledizioni. L'incontro con il barocco siciliano è comunque clangoroso. Dà allucinazioni complici. E persino dilettazioni e commozioni morbose.

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