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In quanto non è più, il passato indica, in forma negativa, che qualcosa va sempre irrimediabilmente perduto, a causa della potenza corruttrice e distruttiva del tempo. Tuttavia il passato mostra anche, in forma positiva, l'anteriorità dell'essere, della cosa assente, la sua permanenza umbratile, non garantita dalla memoria, ma suscettibile di essere evocata attraverso un ricordo che ritorna, senza perpetuarsi inalterato. È infatti illusorio credere che i nostri ricordi restino immutati nel tempo e che, se dimenticati, si tratti soltanto di ritrovarne la primitiva impronta o, al massimo, di correggerne le deformazioni subite. Come evitare allora di immobilizzare e falsificare il ricordo? Esiste una autentica fedeltà al passato? Se la storia e la memoria sono condannate a 'oscillare tra fiducia e sospetto', l'unico antidoto alla falsificazione della memoria consiste nel rivendicarne la dimensione etica, nella richiesta che ciascuno formuli una promessa di fedeltà e verità, da rinnovare incessantemente. Una possibilità di 'memoria giusta' può scaturire - indica Ricoeur - da un nuovo rapporto tra passato, presente e futuro, in cui trovi posto anche il gesto del perdono. Nel saldare insieme queste dimensioni l'uomo contemporaneo può confrontarsi davvero con un passato per lui carico di macigni e violenze, alleviando e rischiarando le mete del futuro. È intorno a temi così pulsanti che gravita la meditazione del filosofo francese: ci accompagnano nella lettura le belle pagine introduttive di Remo Bodei.

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