"Res amisa" contiene veramente la ragione ultima della poesia di Caproni. Poiché ora la poesia stessa è divenuta, per il vecchio poeta, la "res amissa" in cui è impossibile distinguere fra natura e grazia, abito e dono, possesso e espropriazione. In bilico, in una sorta di mimica trascendentale, fra l'aprosodia del canto interrotto e i troppo arminici versicoli, essa ha raggiunto ormai una regione per sempre al di là del proprio e dell'improprio, della salvezza e della rovina. Questa è l'eredità irricevibile che la disappropiata maniera di Caproni lascia alla poesia italiana, e che nessun beneficio di inventario permetterà di eludere.

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