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Registro di classe è prima di tutto il diario di un anno di vita. E' un breviario rivolto agli studenti, ai genitori, alla società civile, ma che lo scrittore destina soprattutto a se stesso. In questo libro Onofri mette in gioco la sua vita intera e in particolare quell'adolescenza che lo ha visto così simile agli studenti proletari con cui condivide una sorta di cromosoma interiore. E la ricerca di un modo per comunicare con quei ragazzi, con la loro timidezza e afasia, sfrontataggine e indolenza, è anche una ricerca nelle radici della propria educazione che lo ha portato da ragazzo ad amare un'idea della vita così diversa da quella condivisa con i suoi compagni di allora.
04/11/2009
Robert Walser autore di "Jakob Von Gunten" (1909) diceva che «quando si è giovani bisogna essere a lungo niente, non si deve aver fretta di diventare qualche cosa». Onofri come insegnante e autore ha saputo comunicare con chiarezza e dolcezza questo "passaggio necessario", questa condizione sofferente e potente dell'animo umano. Nelle sue descrizioni, cresciute nello studio della poetica pasoliniana e concretizzate in reportage narrativi straordinari (es. Vite di riserva, Theoria), c'è una leggerezza profonda, qualcosa di sbalorditivo, di giustamente incompiuto. Vincenzo Cerami, che aveva intuito il suo talento, lo ricorda in un commovente capitoletto di "Pensieri così" (Garzanti). Come lettore mi piace sfogliare le pagine che ci ha lasciato e apprezzare la cura, quasi neo-verista, con cui sceglieva i temi, le parole. Un profondo rispetto per il linguaggio e per la lingua italiana, qualità che emergevano nettamente dalla pagina. Spero che Stile Libero possa un giorno accorpare i volumi di Onofri, come ha fatto Baldini Castoldi Dalai, rendendoli un'opera unica come il suo autore.
05/08/2002
Dr. David Mangeruga - dr.mang@libero.it
In uno stile sobrio e facilmente accessibile, che non rinuncia all’impronta personale dal chiaro sapore nostalgico, Onori conduce il lettore attraverso la quotidianità di un mondo in evoluzione, eppure spesso così pigramente statico, quale è quello della scuola. La narrazione del presente, vissuto come materiale di un analisi introspettiva, si snoda per i corridoi e le aule dell’istituto dove per un periodo egli ha insegnato, quasi a ripercorrere in maniera unitaria le scene salienti di un discorso che va ben oltre un buon esempio di narrativa contemporanea. L’autore rivela senza artificiosità il problema dell’attuale condizione scolastica, che non sembra corrispondere più a quelle che avrebbero dovuto esserne le basi concettuali. Ed ecco che il lettore approda attraverso una veloce e sentita panoramica, ad una realtà poliedrica: quella dell’essere insegnate (oggigiorno forse fin troppo misconosciuta, quando non palesemente vituperata). Il problema che l’autore metter in primo piano, attraverso una dialettica basata sul continuo confronto tra interiore ed esteriore, è come e quanto sia possibile conciliare l’attualmente impacciata arte dell’insegnamento (che si deve muovere fra schemi e ostacoli di natura tenacemente burocratica) con il vero archetipo di questa non facile missione: dare la capacità di porsi in maniera efficace nei confronti di un futuro che, prima o poi, non tarda ad arrivare. Brevi ma appassionatamente veri i ritratti dei suoi piccoli “ragazzi di vita”, che ad un contesto scolastico e familiare apparentemente fallimentare. contrappongono l’autenticità dei loro desideri, delle loro aspirazioni, magari anche quelle più difficili; piccoli eroi che appaiono coraggiosamente più maturi rispetto alla loro età, in un mondo di periferia in cui l’unica legge sembra essere quella “del più forte”, ma alla quale viene contrapposto nel racconto, un implicito quanto imperativo invito a non perdersi nella confusione di un epoca che non crede nel valore dell’individualità.
09/02/2001
<br>Sono le parole stesse dell'Autore, rivolte alla professione di insegnante. E' un libro molto bello, per chi crede nel rapporto affettivo che può (o forse deve) nascere tra insegnante e alunno.
