Il ragazzo di vetro è Stefano, studente di liceo, che la lente di Cerami ferma sulla soglia dell'età adulta. Egli si muove tra le sabbie mobili di sensazioni in confitto tra loro, che esplodono e si annullano di continuo. La sua paura del nulla è simile, ma di segno contrario, a quella sperimentata da Aschenbach nella "Morte a Venezia", il libro che Stefano apre come un breviario nelle giornate oziose di una vacanza estiva. Lo domina un'ansia di assoluto, un bisogno segreto e furente di buttare aIl'aria, di rompere, di cancellare tutto ciò che intorno è pallido e mediocre, di cercare il vuoto, in preda a una bizzarra, vertiginosa nostalgia di futuro, a un desiderio di cose nuove e lontane. Attraverso i fili di una trama leggera, con una scrittura essenziale, di iperrealistica trasparenza, Cerami percorre gli intricati meandri di un comportamento adolescenziale che conta fra i suoi linguaggi l'emblematico "Famiglie, vi odio!" di Gide, ma anche gli incongrui urli brutali che a volte i giovani emettono per far sentire che sono vivi, e trasforma un placido albergo montano in una chiusa serra generatrice di mostri.

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