Disponibilità immediata (una copia in magazzino)
Vuoi regalare questo prodotto ? Scopri come!
La mattina dell'8 luglio 1980 Raymond Carver scrisse una lettera angosciata e confusa all'amico ed editor Gordon Lish, che gli aveva appena mandato il manoscritto rivisto di una nuova raccolta di racconti, "Principianti". Di alcuni di questi Lish aveva tagliato il settanta per cento, riducendo nel complesso il libro della metà e cambiando molti titoli e finali. La raccolta ora si chiamava "Di cosa parliamo quando parliamo d'amore". Carver implorava Lish di sospendere la pubblicazione del volume e ripristinare i passi tagliati. Ma Lish andò avanti per la sua strada. Carver era certamente spaventato dalla prospettiva della pubblicazione, ma altrettanto dall'idea di perdere la stima e l'affetto dell'editor che l'aveva scoperto e aiutato fin dall'inizio della sua carriera. Così si convinse ad accettare l'editing, e la raccolta usci nella forma che Lish le aveva dato, nell'aprile 1981. A quasi trent'anni di distanza, oggi si legge la versione originale di quei racconti per scoprire uno scrittore molto diverso da quello conosciuto. Dove Lish era intervenuto a interrompere una scena prima che raggiungesse la massima intensità, Carver l'aveva lasciata esplodere lentamente. Dove Lish sfoltiva i dialoghi o zittiva del tutto i personaggi, Carver aveva aspettato che arrivassero all'ultima parola. Sotto la forbice di Lish i protagonisti di Carver diventavano uomini e donne senza passato e senza sogni, colpevoli senza movente. Passato, sogni e moventi che Carver aveva immaginato e raccontato.
15/05/2010
A vent'anni dalla prematura scomparsa esce in versione originale l'opera di Raymond Carver formata da diciassette racconti editati all'inizio degli anni ottanta sotto il titolo "Di cosa parliamo quando parliamo d'amore". A differenza delle precedenti versioni, corrette per non dire amputate da Gordon Lish, suo agente letterario e assertore di un minimalismo ai limiti della castrazione letteraria, il nuovo testo ci mette di fronte all'originale gamma poetica di Carver. Grazie a un linguaggio ordinario, non superficiale, di accenni, descrizioni appena abbozzate, Carver ci introduce nella vita quotidiana dell'altra America, quella dello spreco, del proletariato, del sogno diventato incubo; quell'America i cui protagonisti sono accerchiati da mille paure e insicurezze, dal bisogno di essere amati, dall'ansia di trovare una redenzione alle proprie colpe e di riuscire a iniziare un percorso di assoluzione, di salvezza. Così i personaggi di Carver vivono tutti una sensazione di vuoto e di perdita sia individuale che collettiva che si presenta in modo diverso ma con un comune denominatore che è quello dell'attesa di qualcosa che è in procinto di accadere e che può considerarsi già catastrofe. Al disperato urlo di solitudine che echeggia in ogni pagina si unisce una claustrofobica atmosfera di deja vu, dentro cui per esempio si muove una coppia all'interno di uno spazio domestico che ha sempre, nella sua narrazione, una parte attiva e che ci fornisce attraverso la sua descrizione la storia e ci indica, con i suoi oggetti, la successione nel tempo delle vicende. Gli oggetti che popolano l'esterno o l'interno della casa non sono infatti semplici suppellettili quotidiane ma possiedono una particolare potenzialità che serve a completare il disagio interiore dei personaggi, come il frigorifero che improvvisamente si rompe, il televisore che sveglia in modo brusco il protagonista o il telefono che squilla in un momento inopportuno, per non parlare delle bottiglie di alcol che circolano e si inseriscono in ogni contesto come un sommesso e continuo accompagnamento musicale. Carver omette, riduce, ma non nasconde mai i vani e tragici tentativi nel ricercare uno scopo per cui valga la pena vivere.
