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Scrittore e omosessuale: due colpe imperdonabili per il regime castrista, che perseguitò Reinaldo Arenas, lo incarcerò lo colpì negli affetti e lo condannò a un umiliante programma di riabilitazione. Arenas riuscì a fuggire, ma l'esilio gli rivelò altri orrori: l'ambiguità presente nel mondo degli esuli cubani, così come l'ipocrisia della sinistra occidentale, viziata dal mito della rivoluzione cubana. Nella sua struggente autobiografia, uno dei massimi scrittori cubani delle ultime generazioni ripercorre tutta la sua esistenza, la lotta per la sopravvivenza, gli interrogatori, la fuga, la malattia. Congedandosi tuttavia, prima del suicidio, con parole in cui risuona uno slancio di speranza e libertà.
02/03/2006
paola - paolindia@yahoo.it
è un racconto crudo e disincantato della cuba sotto il regime castrista. ti fa aprire gli occhi sul modo in cui sono state sacrificate la cultura, la libertà di parola e di pensiero, le fervide menti intellettuali degli anni sessanta, in nome di una rivoluzione che forse per i cubani poi tanto magica non è. è una denuncia aperta delle violenze subite, delle pressioni provenienti da ogni parte, del clima di sospetto in cui reinaldo ha dovuto vivere per quasi vent'anni, fino alla fuga. e di un dolore che non può guarire mai. è un libro intenso. lo consiglio a tutti, soprattutto a chi, da classico turista, vede cuba solo come l'isola felice, dove tutti sono allegri e ballano, per comprendere meglio la realtà e l'intima sofferrenza di questo popolo

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