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Vocazione irresistibile degli intellettuali in ogni epoca pare essere quella di additare stati di decadenza: ambientale, morale, intellettuale, politica. Eppure, almeno nelle società occidentali, le condizioni di vita sono migliorate, l'affrancamento dalla fatica e dalla miseria può dirsi compiuto e l'emancipazione non solo materiale degli individui raggiunta. Come nasce allora il pessimismo culturale? Che cosa lo nutre? Si tratta di un libero giudizio intellettuale o vi sono disposizioni biologiche, psicologiche, sociologiche che lo favoriscono? Catastrofiste, apocalittiche, scettiche, disilluse: Bennett passa in rassegna le grandi narrazioni pessimistiche della nostra epoca, nell'intento di analizzarne la struttura e la forza interna. Così accostate, tali narrazioni lasciano vedere come le rappresentazioni del declino nel mondo postmoderno, pur fondate su dati di realtà, finiscano per configurarsi come altrettante retoriche. Forse il vero problema, suggerisce Bennett, riguarda la nostra inadeguatezza cognitiva di fronte alla velocità e intensità dei cambiamenti che attraversano il nostro tempo.

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