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Cosa c'è di più evidente del principio di non contraddizione ("un predicato non può essere vero e falso contemporaneamente della stessa cosa sotto lo stesso aspetto")? Eppure, se esaminiamo questo principio - per noi scontato, da quando Aristotele ne ha fatto il pilastro fondamentale del discorrere e del parlare umano - dall'ottica di una cultura estranea all'Occidente, scopriamo quanto unilaterale sia la concezione occidentale che ne è derivata. Se da una parte Aristotele ci ha regalato la precisione del linguaggio, le sottigliezze della logica, gli sviluppi della scienza, dall'altra ci ha privato di molte altre risorse del parlare, ugualmente importanti e ricche anche di potenzialità pratiche. In questo libro François Jullien, con una delle operazioni intellettuali più difficili e affascinanti com'è quella di estraniarsi dalla propria cultura di origine per vederne i punti d'appoggio più ovvi e inavvertiti, si pone dal punto di vista della dottrina cinese del Tao e mette in luce i limiti della concezione occidentale del logos: la parola non necessariamente deve "dire qualcosa", non necessariamente deve avere una corrispondenza uno a uno con un concetto; l'indeterminatezza della parola, il parlare come portatore di una indicazione e non di un significato, rivelano una fecondità che la cultura della razionalità occidentale ha cancellato.

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