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La penna sfrenata di Amélie Nothomb disegna la mappa dei primissimi anni di vita trascorsi in Giappone: ne viene fuori una non-biografia. Indizi e ricordi delle prime scoperte si accavallano in un turbinio di metafore e paradossi irriverenti. Le proprietà terapeutiche del cioccolato, la parola (pensiero fatto carne), la quadratura degli opposti, la sinergia con il luogo di nascita... fino al filtraggio della realtà come unica via di scampo. Una faccenda, quella dell'esperienza delle cose, del primo impatto col mondo, che lascia sempre una ferita: "A volte mi chiedo se non sia stato tutto un sogno, se questa avventura fondante non sia frutto della mia immaginazione. Allora vado a guardarmi allo specchio e vedo, sulla tempia sinistra, una cicatrice di un'eloquenza ammirevole." Nulla passa senza traccia, neanche il nulla.
19/06/2005
Riccardo Venturini - ricsabazio@libero.it
Tubo come sinonimo di assenza di ogni desiderio e attaccamento, ma anche di morte, tubo la bambina affetta da inerzia patologica come l'Autrice si descrive nei primi due anni di vita. Figlia di un diplomatico belga in servizio a Kobe, viene risvegliata alla vita dalla nonna paterna che compie il miracolo portandole del cioccolato bianco dal Belgio . La descrizione del suo terzo anno di vita (il romanzo si conclude col compimento del terzo anno), la conquista del linguaggio, la contrapposizione del ricco mondo interiore di bambina alla superficiale considerazione che gli adulti hanno di lei, le esperienze di interpretazione della realtà, la costruzione di un ordine simbolico in cui collocare genitori, fratelli e altri, costituiscono un'affascinante opera di psicologia dell'infanzia e, in particolare, di un'infanzia troppo felice, passata in Giappone, in quella età in cui il bambino è considerato una divinità («Handicappata da un'infanzia troppo felice, sono abbonata alla nostalgia», dice di sé l'A.). Felicità che viene presto al suo termine quando le viene annunciato quello che non avrebbe mai creduto possibile: un prossimo trasferimento in un altro Paese . La perdita della felicità si tramuta in un improvviso lasciarsi andare, un apparecchiarsi alla morte nel laghetto di casa, ove ha il compito di nutrire le carpe che la disgustano, tubi anch'esse, dalle bocche (lacaniane!) sempre beanti. Così, improvvisamente, sente di cedere alla tentazione di tornare a essere tubo senza reattività, scivolando nell'acqua Cominciata la ''carriera'' di scrittrice, il successo è immediato e travolgente (Stupeur et tremblement supera le 300.000 copie): scrivere se non le restituisce la felicità perduta si rivela essere il suo modo di combattere contro il ''nemico interno'', contro la morte. Scrittura come ricordo, rievocazione dell'oggetto perduto, ritorno attraverso il ''fantasma'' alla pienezza inattingibile degli eventi infantili di ''fondazione''. Riccardo Venturini (da Dharma, III, 2001, n°6)
24/11/2002
chiara - besuka@tin.it
Un capolavoro assoluto. E' uno di quei libri che ti fanno pensare. Lo sguardo come scelta, la nascita di un linguaggio come modo di esprimersi, ma anche per autoidentificarsi, per esprimere il nostro ''essere al mondo''. La scrittura, la parola, che puo dare vita demonizzare e anche uccidere. Il tutto condito con ironia lucida e spietata . E' uno di quei libri che sottolinei e vai a rivedere nei momenti di difficoltà. Tra purezza e cinismo. Diverso.

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