"Questa è la storia di Demon e Davi".
Imprendibili, divine, demoniache: queste due diciottenni amiche per la morte non conoscono limiti. Estremiste del sesso estremo, scopano il sesso in persona. Straziano corpi gloriosi per abbracciare le viscere della madre, una Grande Madre in golfino di lana che accende le candeline della torta davanti al televisore. La voce di Demon è il demone di un Verbo che stravolge, travisa, trasfigura, perfora la visione. Un Verbo numinoso, luminoso, luminal. Isabella Santacroce ha dato vita a un romanzo incandescente, che deborda spesso nel poema emotivo, con incontenibili slanci lirici, tenerezze visionarie sillabate da una bambola psicotica. Ha dislocato la sorgente del linguaggio dall'area cerebrale di Broca a tutto il resto del corpo, a tutto il resto del mondo. Ha sparpagliato i centri generativi delle parole dal cervello alla vagina di due adolescenti; e poi sull'asfalto notturno di città schizoidi come Berlino, Zurigo, Amburgo e poi nel sistema nervoso di terrificanti animali domestici; e poi nei cessi dei locali pubblici; e poi sulle bobine di un videoregistratore fatto di infanzia e nastri magnetici... Ha fatto parlare la carne psicochimica impregnata di Luminal, la droga dell spirito che non si rassegna a sbattere la testa contro la realtà. Da tutto questo è sgorgato un libro lunare, iperuranico e liquefatto, come l'adolescenza più furibonda, che prende disperatamente la parola perché delle parole non si accontenta.

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