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Ha ventidue anni Margherita Pieracci - la Mita a cui sono indirizzate queste lettere - allorché, nel novembre del 1952, chiede a Vittoria Guerrini, che ne ha allora ventinove - e che adotterà poi, fra gli altri, lo pseudonimo di Cristina Campo -, di poterla incontrare per parlare con lei di "La pesanteur et la grace", dalla cui lettura è uscita profondamente turbata. Comincia così, sotto il segno e nel nome di Simone Weil, un'amicizia che avrà fine solo con la morte di Vittoria, ventiquattro anni dopo, e si nutrirà, nei lunghi periodi durante i quali le due amiche saranno separate, di uno scambio epistolare affettuoso e costante. Le duecentoquaranta lettere scritte a Mita fra il 1956 e il 1975, che vengono presentate qui con la cura appassionata della stessa Margherita Pieracci, offrono ai lettori della Campo una cornice i cui inscrivere le poesie e i saggi che videro la luce in quegli anni. Al contempo, tuttavia, sono un'opera compiuta in se stessa, e di straordinaria qualità letteraria. Mai come nelle lettere la scrittura della Campo riesce ad esprimere una gamma così mutevole e cangiante di intonazioni e sfumature: se in certi momenti può farsi cullante, e quasi incantatoria, in altri è sferzante, aspra, risentita; ma sempre, in esse, la profondità di un pensiero la cui densità risplende in limpidissime gemme anche quando sembra limitarsi a suggerire la lettura di un libro o a formulare un giudizio, e la ricerca instancabile della verità e della bellezza, ma pure lo sgomento e il dolore, e persino l'angoscia, si fanno parola poetica.
04/11/2002
matteo canale - brummell@jumpy.it
diceva - non ricordo se Ceronetti o Citati - che le lettere della Campo, anche solo quelle che ci restano, meritano senz'altro un posto di riguardo tra i due o tre grandissimi epistolari del Novecento; quello della Ctevaeva, per esempio, altissimo e imperdonabile. ed é incredibile constatare l'autentica intensità racchiusa anche nel più occasionale dei biglietti indirizzati a Mita: pensato e scritto d'impulso nottetempo, sempre oscilla tra la grazia e il malheur hideux, siccome insegna l'amatissima Simone Weil. L'evoluzione degli intimi desideri segue, dunque, il passo delle letture; ché mai in Cristina si incorre nel dubbio d'una recensione di circostanza, d'un lavoro editoriale poco meno che fortissimamente voluto! Valga soltanto questo minimo particolare a farne una stravagante nel mondo culturale romano dei Sessanta e Settanta! é davvero il demone, il daimon della perfezione, la tramontana stella che guida la scrittura della Campo: sempre, meravigliosamente almeno un palmo sopra l'immaginabile, il percorribile, l'ovvio... baciata dalla grazia e da una lingua mirabile, la prosa vola musicalmente su passi di danza, secondando le movenze iniziatiche d'una Antic Hay. e non suonerà troppo azzardato il paragone con l'illustre Scardanelli - l'ultimo Holderlin, poeta della Torre - Lui che batteva il tempo sul leggio mentre ascoltava mentalmente l'armonia del mondo... riproducendola all'occorrenza su grandi fogli bianchi... del resto Valéry di lì a qualche tempo avrebbe annotato: il poema, questa esitazione prolungata tra il suono e il senso. Non si dà, infatti, cerimonia - autentico rito - in cui d'un tratto la parola non si faccia musicalmente canto. E della liturgia, quale Bello incarnato, linguaggio del mito e del rito, sono ricchissime le ultime lettere a Mita. Lettere composte contemporaneamente alle prove poetiche più alte della Campo: la missa romana, il diario bizantino, preziosi lavori d'oreficeria, non saprei dire se toscani o slavi, medicei o fabergé... imperdonabili, anch'essi, come tutto della Campo.
