Quando il Vasari (1511-1571) pubblicò le sue famose Vite degli artisti, premise all'opera una introduzione divisa in capitoli intitolati rispettivamente "Architettura", "Scultura", "Pittura". In essi, attingendo alla propria personale esperienza - era un eccellente pittore e architetto egli stesso - il Vasari offre informazioni tecniche e indicazioni pratiche su materiali e procedimenti intese anzitutto a informare il lettore medio su argomenti di cui, in genere, è poco informato: e inoltre ad assistere tutti coloro che fossero, o che sarebbero stati, concretamente coinvolti nel processo della creazione artistica. Ora, mentre le biografie degli artisti sono la parte delle Vite universalmente nota e commentata, lo studio della parte introduttiva, invece, è stato generalmente trascurato, al punto che non è raro il caso di edizioni straniere che ne omettono addirittura la traduzione. Chi si è preso la briga di leggere attentamente e commentare in maniera approfondita questa parte trascurata è stato, all'inizio del Novecento, un erudito inglese, Gerard Baldwin Brown, per cinquant'anni docente di Belle Arti all'Università di Edimburgo. Sensibilissimo agli aspetti tecnici dell'operare artistico - sia per la frequentazione della bottega dello zio scultore, sia per i contatti che intratteneva con la scuola scozzese di William Morris promotore delle arti applicate, e con quella viennese di Gottfried Semper per il quale ogni opera è il risultato dell'incontro tra il fine utilitaristico, il materiale e la tecnica -, Baldwin Brown decise di rendere accessibili ad un pubblico più vasto di quello degli specialisti le tre introduzioni del Vasari. Pur dotato di una conoscenza delle fonti straordinariamente ampia, egli si accinse alla stesura del commento soltanto dopo aver compiuto un viaggio in Italia e un lungo soggiorno a Firenze per ritrovare sulle labbra "di artigiani e studiosi parlanti toscano" i termini vasariani e, soprattutto, per carpire ai tecnici (chimici e [...]
