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"Guardati intorno, - disse. - Non c'è profeta nella lunga storia della terra a cui questo momento non renda giustizia. Di qualunque forma abbiate parlato, avevate ragione". Che cosa resta quando non c'è più un dopo perché il dopo è già qui? Generazioni di scienziati, mistici e scrittori hanno offerto in risposta le loro visioni di luce e tenebra. Ci hanno prospettato inferni d'acqua e di fuoco e aldilà celesti, fini irrevocabili e nuove nascite, ci hanno variamente affascinato o repulso, rassicurato o atterrito. Nell'insuperabile creazione mccarthiana, la post-apocalisse ha il volto realistico di un padre e un figlio in viaggio su un groviglio di strade senza origine e senza meta, dentro una natura ridotta a involucro asciutto, fra le vestigia paurosamente riconoscibili di un mondo svuotato e inutile. Restano dunque, su questa strada, esseri umani condannati alla sopravvivenza, la loro quotidiana ordalia per soddisfare i bisogni insopprimibili e cancellare gli altri, la furia dell'umanità tradita e i residui, impagabili scampoli di piacere dell'essere vivi; restano i cristalli purissimi del sentimento che lega padre e figlio e delle relazioni che i due intessono fra loro e con gli altri, ridotte all'estrema essenza nella ferocia come nella tenerezza. E restano le parole, splendide, precise, molto piú numerose ormai delle cose che servono a designare; la prodigiosa lingua di McCarthy elevata a canto funebre per "il sacro idioma, privato dei suoi referenti e quindi della sua realtà". Resta dell'altro, un residuo via via piú cospicuo in mezzo al niente circostante: resta un bambino che porta il fuoco e un uomo che lo protegge dalle intemperie del mondo semimorto con implacabile amore, uomo e bambino tradotti in ogni Uomo e ogni Bambino, con responsabilità e ruoli che inglobano e trascendono quelli dei singoli individui. E resta, perciò, uno sguardo discreto in avanti e forse in alto, oltre a quello nostalgico voltato a rimirare il regno dell'uomo cosí come lo conosciamo. In questa risposta di McCarthy - epica, elegiaca, mitica, profetica, straziante, universale - resta perfino l'imprevedibile: un'affettuosa quotidianità che consola e scalda il cuore.
13/08/2010
E' stato il primo libro di questo scrittore che ho letto ma penso non sarà l'ultimo. A volte crudissimo altre volte di una tenerezza infinita, non ho figli ma mentre leggevo pensavo al rapporto tra i due protagonisti ed ho iniziato a sognare di essere madre...
03/02/2009
E' un libro trascendentale, da leggere sicuramente. Lascia il segno soprattuto il finale. La parte centrale è un pò ripetitiva, ma nel complesso è un ottimo libro.
24/09/2008
è il primo libro di mc carthy che ho letto ed è stato un pugno allo stomaco. sono passati un pò di mesi ma le immagini e le suggestioni di quel libro rimangono ancora. Stupendo
04/08/2008
Assolutamente meraviglioso! Scrittura asciutta e allo stesso tempo coinvolgente. In poche parole e soprattutto in dialoghi brevissimi l'autore riesce a trasmettere i pensieri, le paure, le angosce e le (poche) speranze dei protagonisti. Chi ama i libri non può esimersi dalla lettura di questo libro.
11/07/2008
Secondo me è un libro da leggere. Lo si divora in poche ore. Il rapporto che si instaura tra padre e figlio è commovente...
17/03/2008
Splendido lavoro di McCarthy. Assolutamente da non perdere. Bellissimo rapporto padre/figlio, per niente banale.
31/01/2008
E' la prima volta che mi capita di essere così coinvolta nella lettura di un libro, perchè la situazione purtroppo è verosimile. sono stata combattuta fra finirlo o lasciar perdere. Ha vinto la parte di me che comunque voleva finirlo. Anche se spesso l'autore si ripete, la scrittura è senz'altro efficace a rendere l'atmosfera e a far entrare il lettore nella storia.
12/01/2008
Sicuramente questo libro è costruito in maniera accattivante, raccontando la storia di un padre e di un bambino che si trascinano per chilometri e chilometri, dalle montagne al mare, in una terra non ben identificata e colpita da un'inesorabile desolazione a seguito di un non meglio precisato evento catastrofico. Un'atmosfera perennemente avvolta di cenere, in un cielo plumbeo dove non volano più uccelli e non splende più il sole. Gli esseri umani che ancora sopravvivono hanno perso molta della loro umanità. Lo stile dell'autore, che ancora non conoscevo, è molto asciutto, semplice e diretto. La vicenda non è caratterizzata da veri colpi di scena, non si snoda come una vera e propria trama, e per questo il libro può apparire talvolta un pò ripetitivo e pesante, ma comunque merita di essere portato fino in fondo per il messaggio che trasmette e le riflessioni a cui induce. Buona lettura.
03/01/2008
Tiffany - bobby10_142@hotmail.com
E' sicuramenete il libro che ho letto in questi ultimi mesi che mi ha colpito di più. Linguaggio essenziale ma efficace, coinvolgente, forse anche troppo fino a diventare inquietante. Finale: qualcuno ha detto scontato, banale , ecc, per me ci sta, dopo 200 pag. quasi senza speranza si apre uno spiraglio proprio nel momento peggiore per il figlio. Sicuramente lo consiglio.
08/12/2007
Sinceramente visto la fama di questo libro mi aspettavo qualcosa di più. La storia racconta l'elogio della essenzialità e della sopravvivenza dove il senso della vita per un padre si identifica nell'amore e nella salvagurdia di un figlio che rappresenta ancora la sincerità dell'essere umano. La cosa che più mi ha copito dell'autore è l'uso straordinario delle parole. Brevi periodi freddi e struggenti, veramente notevole la forza descittiva del nulla che fa da cornice al viaggio dei due protagonisti. Il finale deludente, troppo scontato il trionfo della nuova vita.
04/12/2007
Semplicemente straordinario. Un libro che si divora e che rimane vivo nel quotidiano.
04/12/2007
No, no, no... non ho capito nulla... senza capo nè coda, ma che vuol dire? Assolutamente no.
23/11/2007
Prendi la tua vita e ripuliscila dalle futilità, da quanto è inutile, dalle paranoie metropolitane... raggiungine il nocciolo, l'essenza. Resti tu con le tue necessità primitive, le emozioni, quelle vere, come amore e paura, resta la speranza e la fede. Resti tu e tuo figlio, divino riscatto al nulla. Un libro difficile che divori in una notte e continui a ruminare per settimane. Qualche volta, guardando la mia bambina di 5 anni, la scopro portare il fuoco...
20/11/2007
Mi sono perso. Tra visioni, pensieri, sogni ad occhi aperti, incubi, allucinazioni, ricordi, frammenti di disperazione che appare e sfugge, un uomo accompagna il figlio verso il nulla. E non ho capito il finale. C'è nuova vita?
16/11/2007
Premessa: non è il miglior libro di McCarthy. Letto d'un fiato, 218 pagine costituiscono un piccolo balzello per lettori che si vogliano definire tali, non sono riuscito ad entrare questa volta con la stessa empatia e partecipazione degli altri libri dello scrittore americano dentro una storia dai contorni e aspetti controversi. Ho sempre nutrito grande aspettative per questo autore e fino ad oggi sono state sempre ripagate con gli interessi. Ad ogni libro finito non potevo non affernare: ''questo è meglio del precedente'', fino quasi ad una esaltazione mistica nell'attesa impaziente del romanzo successivo. Lo so, mai abbandonarsi all'idolatria, all'idealizzare una persona reputandola al di sopra di ogni critica negativa, scevra di difetti o incapace di incorrere in errore. Ed è successo, quel castello di sabbia che mi ero costruito in anni di spasmodiche letture, è mestamente crollato alla prima mareggiata autunnale di questo 2007. Intendiamoci, rimane sempre una lettura interessante e piacevole, ma è un passo indietro rispetto ai precedenti manufatti. La storia: un uomo, un bambino, nessun nome, nessuna identità in un viaggio antropologico dentro ad un pianeta terrestre in avanzato stato di decomposizione e desolazione. Spazio, tempo e luoghi sono coordinate misteriose e irrilevanti per un percorso che come dato certo ha solo lo spostamento dei due protagonisti verso sud, alla ricerca di una costa affacciata sul mare in grado di garantirgli maggiore conforto climatico e ambientale. Un carrello di un supermercato, oggetto postmoderno in un contesto apocalittico, trascinato sempre dal padre, che detiene basilari beni di consumo (cibo, coperte, abbigliamento), è il mezzo attraverso il quale si scopre un territorio lunare caratterizzato da cenere, pioggia, cadaveri sparsi in mezzo alla strada e in case diroccate. Il celebre autore della trilogia della frontiera (Cavalli selvaggi, Oltre il confine, Città della pianura) continua a rimarcare con il solito stile scarno ed essenziale, la sua radice culturale di un determinismo amorale che da sempre giustifica i suoi scritti. Tutto accade, comprese le conoscenze e le azioni umane, ed è determinato in modo causale da un catena ininterrotta di eventi avvenuti in precedenza. Che il libero arbitrio è pura illusione, e che tutto quel che accadrà nel futuro è predeterminato dalle condizioni iniziali. Nel XVII secolo, la filosofia del deismo, proponeva come concezione filosofica un Dio metafisico che dopo aver creato il processo della creazione, non ha più influito sugli eventi successivi determinati dalla catena causa-effetto. Questo è l'archetipo su cui poggia l'intero libro, che ci pone già all'interno di un destino deciso e dai contorni segnati dall'unica verità e certezza data all' essere umano: la morte. Nel rapporto dialogico tra padre e figlio mentre tutto intorno a loro non ha più senso, rimane sullo sfondo la disperata spinta inerziale del cammino, dell'andare avanti comunque, per assecondare inconsciamente l'istinto di sopravvivenza che è l'unico vincolo dal quale non possono liberarsi. In questa frase c'è tutto il libro: ''Erano poche le notti in cui, sdraiato nel buio, non provava invidia per i morti''.
03/10/2007
Elisabetta Bolondi - bolondi@tiscali.it
Recensioni entusiaste, il premio Pulitzer hanno consacrato questo uno dei migliori libri dell'anno. Infatti lo è. Una scrittura straordianariamente evocativa, una lessico ricercato e semplice insieme, una storia ripetitiva, un padre e un figlio che dopo la distruzione del mondo - un bombardamento nucleare?- cercano di sopravvivere andando verso sud, alla ricerca di cibo, di calore, di qualcosa che mostri al bambino cosa era il mondo prima di lui; eppure nel ripetere ogni giorno i passi sulla strada verso il nulla, alla spasmodica ricerca di cibo, acqua, vestiti, non c'è mai un attimo di noia: quel padre e quel figlio sono l'umanità di ogni tempo, abbandonati su questa terra desolata, senza più colori nè sentimenti, con un'unica certezza: il loro amore totale, senza incertezze. La scena finale, con il bambino che saluta il padre per l'ultima volta, è splendida e straziante. Tutta la tradizione della letteratura americana sembra concentrarsi nelle pagine di questo bellissimo struggente apologo.

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